Nella memoria della Presentazione al tempio di Maria

A Vedana la Giornata mondiale delle Claustrali

L'omelia del Vescovo

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Il 21 novembre cade la memoria della Presentazione di Maria al Tempio, quella che la tradizione locale riconosce come “Madonna della salute”: nella ricorrenza della dedicazione della chiesa di Santa Maria Nuova a Gerusalemme, le Chiese di Occidente celebrano insieme ai cristiani di Oriente la più significativa “dedicazione” che Maria fece a Dio di se stessa, secondo la tradizione fin dall’infanzia. E’ il motivo per cui in questa giornata la Chiesa invita a pregare per le religiose di clausura, cioè per coloro che hanno dedicato la vita alla lode di Dio e all’intercessione per tutti gli uomini e per la Chiesa nella vita consacrata claustrale.

Nella nostra diocesi il segno della clausura si ha nella Certosa di Vedana, che da pochi mesi è stata formalmente costituita come “Monastero Nostra Signora del Ss. Sacramento e SS. Marco e Bruno (Certosa di Vedana)”, con la nomina da parte del Capitolo generale della Priora nella persona di Madre Maris Stella di Gesù.

Alla celebrazione serale, presieduta dal Vescovo, erano presenti numerosi fedeli, segno di un affetto che non viene meno attorno alle monache di Vedana. Nell’omelia il Vescovo ha detto:

«Siamo arrivati alla Certosa di Vedana forse portando un po’ di scompiglio, ma vorremmo che il nostro essere giunti qui sia un dono di condivisione, anzi, più ancora, un’Eucaristia. Chi siamo noi? E chi siete voi, care sorelle?

La domanda di Gesù è simile: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Vorremmo che fosse lui a rispondere. L’evangelista Matteo nota che Gesù ha teso la mano verso i suoi discepoli. Ed ecco la sua risposta che ha un riferimento altrove: «Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». Gesù sposta radicalmente la nostra attenzione su qualcuno che gli è profondamente intimo e da cui fa derivare tutto di sé, della sua vita, di ciò che più gli sta a cuore: il «Padre mio che è nei cieli».

Poco prima – nello stesso capitolo 12 – Gesù aveva dibattuto con gli scribi e i farisei. Li aveva invitati a ricomprendere «che cosa significhi “misericordia io voglio e non sacrifici”». Poi aveva detto loro che «il Figlio dell’uomo è signore del sabato». Successivamente l’evangelista nota che molti lo seguirono e che Gesù «li guarì tutti». Così gli applica ciò che aveva detto Isaia: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento […] nel suo nome spereranno le nazioni». Infine riprendendo la parola con gli scribi e i farisei Gesù si offre: «Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! […]. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».

Mi colpisce che Gesù arrivi, dopo tutto questo, alla fonte zampillante della sua vita, al fuoco che lo riscalda, alla luce che lo illumina, al sale che gli dà sapore: il «Padre mio che è nei cieli».

Gesù ai suoi discepoli non chiede un asservimento come quando si è costretti a fare qualcosa per ottenerne un’altra; non obbliga ad un sacrificio che ci lacera interiormente e ci fa sentire sempre in colpa; non impone un comando da eseguire fino ad annullare il nostro spirito… Gesù tende la mano per un dono, per stringere la nostra con affetto, perché la sua vita possa essere nella nostra vita… Gesù svela che suoi discepoli sono coloro che accolgono la sua mano tesa e vivono attingendo a quella fonte da cui lui stesso sta ricevendo tutto: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».

“Vivere di Dio”, dunque! E qui noi ci fermiamo come Mosè di fronte al roveto che ardeva. Come Elia percependo quella “voce silente” o “leggero mormorio” o “brezza che accarezza”, di cui con pudore racconta la Bibbia. È anche l’emozione che insorge in Pietro, penetrato nella sua rocciosa persona dalla triplice e abbagliante domanda di Gesù: «Mi ami? Mi vuoi bene?». È anche il trovarci in casa Lui – come è successo a Zaccheo e l’abbiamo ascoltato qualche giorno fa – mentre con noi sono ancora tutti i nostri perché, i nostri dubbi, le nostre fragilità, le nostre paure, perché «è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

“Vivere di Dio”, dunque. Per noi tante volte significa che la nostra vita necessita della sua fonte zampillante, di essere amata, guarita, abbracciata, perdonata, rigenerata… e, più ancora, riconosciuta e goduta in tanti fratelli e sorelle, fino ad entrare anche noi nel sogno del profeta Zaccaria: «Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo, ed egli dimorerà in mezzo a te».

Maria, a cui oggi guardiamo in questa memoria della sua “presentazione”, è a testimoniarci questo “vivere di Dio” che inonda di vita la carne della nostra umanità: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore».

Nella nostra Eucaristia, che anche esprime gratitudine e affetto a queste nostre sorelle “oranti”, vogliamo rivolgerci a loro con le parole del profeta: «Rallégrati, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te».