Voci dal convegno diocesano per gli animatori dei gruppi giovanili

Come essere cristiani credibili?

Appassionata relazione di Alex Zappalà

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Come possiamo fare per essere cristiani credibili, e nello specifico figure credibili, punti di riferimento per i ragazzi che ci sono affidati? Era questo il cuore del convegno diocesano “Facciamo che ci crediamo”, dedicato agli animatori dei gruppi giovanili, svoltosi sabato 1 dicembre a Col Cumano. Perché se da una parte «è bello credere che Dio veda più lontano di me – introduce don Roberto De Nardin, responsabile dell’Ufficio diocesano di Pastorale dei Giovani – e che quindi abbia un progetto per prendersi cura di me, è anche importante chiederci come possiamo fare per testimoniare la nostra fede agli altri, soprattutto se nei loro confronti ricopriamo il ruolo di educatori».

Argomento delicato, che gli stessi giovani della diocesi, interpellati attraverso un questionario raccolto dagli insegnanti di religione lo scorso anno scolastico, hanno indicato tra i più importanti per la loro formazione. E che sia argomento sensibile lo testimonia anche la grande affluenza al convegno, al quale hanno partecipato oltre un centinaio di educatori.

Così, per introdurre il tema, e offrire al convegno qualche (ottimo) spunto di riflessione, è stato invitato Alessandro Zappalà, per tutti Alex, che da anni collabora con il nostro Centro missionario diocesano nell’accogliere i giovani che vogliono fare un’esperienza di missione in Africa.

«Ci sono due logiche contrapposte», sostiene Alessandro partendo dalla sua lunga esperienza di relazioni coltivate nelle missioni di 30 paesi diversi: «quella del quanto e quella del come. Nella nostra società la logica del quanto è quella dominante: “Quante cose fai, quanti soldi hai, quanto hai pagato il cellulare, quanti ragazzi partecipano al campeggio…gli esempi sono infiniti perché è come se avessimo bisogno di poter quantificare tutto, di dare a tutto una misura, e con la misura dare un valore. Invece, la credibilità è un concetto legato alle relazioni tra persone: io sono credibile agli occhi dell’altro quando so ascoltarlo, stargli accanto, rispettarlo. Quindi risponde all’altra logica, quella del come: alla qualità del rapporto, al come riesco a stare a fianco dell’altro. Non è tanto il cosa fare, ma il come essere. Per le persone verso le quali ci sentiamo responsabili, non sempre possiamo fare qualcosa. Invece possiamo sempre scegliere di esserci per l’altro: diventare dei punti di riferimento, aperti e accoglienti in ogni caso, senza giudizi e commenti. La credibilità così deriva dal come vivi, dal come decidi di stare a fianco dell’altro».

«Quindi se decidiamo di essere credenti, non possiamo non essere anche credibili: è necessario, altrimenti ci perdiamo qualcosa, siamo incompleti. Proprio come in una relazione: quando decidiamo di starci, dobbiamo farlo fino in fondo, altrimenti non saremmo veramente coinvolti, sarebbe una relazione a metà».

«Chiaramente la credibilità deve essere coltivata», conclude Alex: «la si matura nel tempo, e per questo assolutamente non significa essere infallibili. Invece vi spinge a tentare, magari anche sbagliando, e costantemente vi impone di chiedervi chi sono? Chi voglio essere? Per questo vi dico: abbiate il coraggio di essere una generazione sognante, di mettervi in moto per seguire i vostri sogni, siate erranti! Andate sempre avanti, senza fretta ma senza sosta».

Dopo la relazione, il convegno è proseguito con i lavori di gruppo: ad ognuno è stato chiesto di individuare, nelle parole di Alex tre concetti che l’hanno particolarmente colpito, e insieme individuare dei germogli: atteggiamenti da cercare di mettere in pratica all’interno dei gruppi parrocchiali e delle proprie comunità. E in questo senso non stupisce, ma fa comunque piacere, notare che nei gruppi sia emersa l’esigenza di instaurare con gli altri relazioni autentiche e alla pari, capaci di andare oltre l’impegno parrocchiale, insomma di “custodire l’altro, e lasciarsi custodire”.

Poi il momento di preghiera, con le parole del vescovo Renato sul passo del Vangelo di Bartimeo: «Gesù viene a scatenare ciò che è già dentro di noi: Bartimeo era cieco e ai margini della società, ma aveva una grande fede, che lo ha reso libero, lo ha salvato. Dio infatti guarda a quello che siamo, non a quello che facciamo, per questo è importante chiederci non tanto cosa possiamo fare per l’altro, ma come possiamo farlo».

Michele Giacomel