Dopo l'incontro del 1° dicembre con le "famiglie ferite"

Coraggio, alzati, ti chiama!

La testimonianza di una persona che ha partecipato

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Il racconto del pomeriggio vissuto al Centro Papa Luciani, come cronaca, è facile da fare: un centinaio di presenti, convenuti da ogni parte della diocesi, in maniera informale, senza pulmann organizzati. Non solo dalla diocesi: una coppia da Venezia, alcuni dai paesi più vicini; una coppia ha telefonato da Bologna, chiedendo di essere informata: come promesso, siamo qui a farlo!

Dopo il benvenuto, un momento di riflessione sul vangelo di Bartimeo, tema dell’incontro; poi la suddivisione in sette gruppi, per ascoltarsi; anche il Vescovo è stato in un gruppo insieme ai suoi diocesani “feriti”. Quindi il ritorno in assemblea, per un breve intervento del Vescovo: certo, egli non poteva glissare sulle parole pesanti ricevute nei giorni precedenti, ma è bastato citare il discorso di papa Francesco ai partecipanti al Corso della Sacra Rota, per riportare tutto nello spirito di comunione ecclesiale in cui è stata pronunciata quella parola «su cui si sono accessi i fuochi: “Scusate”». Ma «perché solo ora?», chiede don Renato: forse solo «perché i tempi si sono fatti maturi».

Certamente ha colpito i presenti la parola liberante di Gesù, che chiede di «restituire vita alla vita». Con riferimento a un articolo di Massimo Recalcati: «La religione non deve mai prevalere sulla vita. Se essa porta nel suo etimo latino (religio) il legare, l’imbrigliare», va detto che «Gesù ha sempre liberato e mai legato… La parola di Gesù è focalizzata a liberare la vita da ogni peso sacrificale, compreso quello religioso. Non si tratta di mortificare la vita sotto la frustra di una legge inumana e patibolare, ma di riempire la vita di vita, di diventare il “sale della terra”». E’ quanto Gesù dice: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

Questo il resoconto. Che però non può evidenziare l’emozione che si è avvertita nei racconti condivisi. Proprio per questo, abbiamo chiesto a una persona presente di raccontare quanto ha vissuto nel pomeriggio di domenica. Ecco la sua testimonianza:

 

In molti siamo accorsi a Col Cumano domenica 1° dicembre. Sono intervenuti uomini e donne appartenenti alla schiera delle “famiglie ferite”, che non ce l’hanno fatta nel loro percorso di coppia sposata; li hanno affiancati dei fratelli intervenuti per amicizia e solidarietà o per sensibilità verso le parole di Gesù, che non puntò il dito, ma incoraggiò e accompagnò.

L’invito del vescovo Renato a separati e divorziati non poteva essere più esplicito e commovente: «Scusate!». Si è finalmente alzata una voce di accoglienza e speranza, una voce d’amore, di un padre che guarda i suoi figli, sofferenti non a causa di giochi superficiali e sciocchi, ma perché, per infinite ragioni diverse, profonde e sconosciute ai più, hanno fallito e piangono, anche dopo molti anni, il loro duro fallimento. Al quale si è aggiunta la pena dell’esclusione dalla comunità della Chiesa e dai sacramenti.

Questo è il grande tema affiorato ieri [domenica], così discreto, ma pesante come un macigno: non rimostranze rancorose, ma dolore profondo e lontano, come figli reietti, come anime escluse, «che soffrono e che hanno sete di serenità e di felicità personale e di coppia» (papa Francesco, 30 novembre 2019). Ma ora, sulla scia del Papa, un balsamo è versato sulle ferite, una parola risuona forte nell’aria, come verso il cieco Bartimeo: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Gesù ti chiama! Francesco ti chiama! Il Vescovo Renato ti chiama!

«Siamo chiamati a “scolpevolizzarci” – queste le sue parole – (…) le ferite del matrimonio a volte sono provocate dalla chiusura del cuore all’amore, cioè dal peccato, che tocca tutti, proprio tutti! (. . . ) Grazie se avete l’amore e la pazienza per aiutare noi a non girare la faccia dall’altra parte, come auspica il sogno di Papa Francesco». Dio è il custode di quella verità di noi per cui nessuno è sbagliato.

Allora perché la Chiesa è stata così dura con noi? Si alza la voce di Renato, a interpretare quella di molti. Perché ancora siamo ottusi nel comprendere il tuo messaggio, Gesù. E non abbiamo ancora accolto il tuo pieno abbraccio di misericordia.