Girolamo Bartolomeo Bortignon (1944-1949)

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Nato a Fellette, in comune di Romano d’Ezzelino (provincia di Vicenza e diocesi di Padova) il 31 marzo 1905, divenne frate cappuccino nel 1920 e fu ordinato prete il 3 marzo 1928. Laureato in teologia presso l’università Gregoriana di Roma, fu ministro provinciale dell’ordine dal 1938 al 1944. Il 4 maggio, a soli 39 anni, venne eletto vescovo titolare di Lidda e amministratore apostolico delle sedi vacanti di Belluno e Feltre: durante la guerra la Santa Sede usava questo espediente, per non dover riconoscere i governi di occupazione. Viene presto consacrato vescovo a Venezia il 14 maggio.

Dopo la morte del vescovo Cattarossi (3 marzo 1944), confidando nei buoni uffici del patriarca Adeodato Piazza, originario di Vigo di Cadore, i maggiorenti bellunesi e feltrini speravano in una nomina di rilievo. La nomina di un giovane cappuccino li lasciò certamente perplessi, ma la sorpresa durò pochi giorni, perché il nuovo Vescovo dimostrò subito, con una forte lettera pastorale e una serie di direttive, di essere ben preparato e all’altezza della situazione delle due diocesi, che in quel periodo erano percorse in ogni dove dai militari della Wehrmacht e dalle brigate dei partigiani. La provincia di Belluno era retta di fatto da Gauleiter Franz Hofer, governatore del Land in cui Hitler aveva riunito le province di Bolzano, Trento e Belluno, annesse al Terzo Reich come Operationszone Alpenvorland.

Mons. Bortignon assunse una posizione ferma nei riguardi dei nazisti, che si dimostrarono ragionevoli nei primi mesi di governo, salvo poi perdere il controllo dopo le prime ostilità dei partigiani. Si può ricordare l’eccidio di Feltre del luglio 1944; dopo il quale la Gestapo, sospettando che affiancassero la lotta partigiana e aiutassero prigionieri o ricercati, imprigionò il rettore del seminario mons. Candido Fent e il delegato dell’Azione Cattolica don Giulio Gaio; quest’ultimo rimase in carcere per 112 giorni e chiese proprio al suo ex alunno Albino Luciani di portagli qualche volume da leggere. In agosto anche l’arciprete di Lamon venne incarcerato insieme ai cappellani e ai seminaristi del paese, perché due partigiani erano stati catturati in abiti ecclesiastici. Vennero poi le rappresaglie in Agordino, in cui si contarono decine di vittime e l’incendio di parecchi villaggi. Il 2 settembre perfino il Vescovo venne trattenuto a Feltre dai nazisti per alcune ore. Ci furono poi le rappresaglie naziste alle porte di Belluno, le incursioni aeree degli Alleati, gli imprigionamenti e le detenzioni dei civili. Inoltre si registravano episodi di vendette private. Il conto finale pagato dal bellunese dopo l’armistizio del 1943 fu di 330 giustiziati, 564 caduti in combattimento, oltre trecento feriti, milleseicento deportati e settemila internati.

In tutte queste vicende, mons. Bortignon e gran parte del clero furono costantemente presenti con tentativi di mediazione e con ferme prese di posizione presso le autorità di occupazione; alla fine della guerra, il Vescovo denunciò pure le violenze delle milizie antifasciste. Ma passò alla storia soprattutto per il coraggioso gesto della domenica di Passione, 17 marzo 1945, quando, accompagnato da due sacerdoti e armato di una scala, sfidò pubblicamente i soldati tedeschi e portò il bacio delle famiglie e i conforti religiosi a quattro partigiani impiccati sulla piazza principale di Belluno.

Dal 9 settembre 1945 mons. Bortignon divenne vescovo residenziale e si impegnò nella ricostruzione del tessuto sociale, nelle iniziative per i giovani, nella cura degli emigranti, nel sostegno ai comitati civici per la ricostruzione politica; forti momenti di vita diocesana furono il Sinodo unitario delle due diocesi (1947) e il Congresso catechistico (1948-1949), iniziative in cui si avvalse della collaborazione del giovane Albino Luciani, che nominò Pro-Vicario Generale.

Mons. Bortignon rimase alla guida delle diocesi di Belluno e Feltre fino al 1° aprile 1949, quando venne trasferito alla diocesi di Padova. Morì il 12 marzo 1992 nella Casa dell’Opera della Provvidenza “Sant’Antonio” di Sarmeola di Rubano che egli aveva realizzato a favore degli infermi non autosufficienti. Il 16 marzo ebbe solenni funerali nella Cattedrale di Padova e quindi fu sepolto nella Cripta.