Vescovi del recente passato

Originario di Osio Sotto (Bergamo), dove era nato il 6 aprile 1944, studiò nel seminario minore dei Salesiani. Divenne membro della Società di don Bosco con la professione religiosa il 16 agosto 1961, in maniera perpetua dal 1967. Erano gli anni del Concilio: il seminarista Vincenzo Savio ne segue con passione lo svolgersi. Compì gli studi teologici a Roma presso la Pontificia Università Salesiana e poi presso la Lateranense dove conseguì la licenza in teologia nel 1972. Il 25 marzo 1972 venne ordinato prete a Roma.

Dall’oratorio a Livorno
Dal 1972 al 1976 è direttore dell’Oratorio-Centro Giovanile di Savona e responsabile del gruppo vocazionale dell’ispettoria Ligure-Toscana. Il ‘68 è passato anche per Savona: molti giovani ne sentono la tensione ideale, ma non riescono a tradurla in impegno etico, sociale e politico se non con la lotta armata. In certi periodi la città conta due attentati alla settimana. Don Vincenzo si fa carico di questa situazione: il suo Oratorio diventa il centro propulsore di una proposta nonviolenta, allora originale e rivoluzionaria.
Sceglie poi di vivere un’esperienza di qualche mese ad Isola Capo Rizzuto (Calabria), dove conosce la realtà di un paese che vive sotto l’incubo della ‘ndrangheta. Una predicazione sul libro dell’Esodo – il libro della liberazione del popolo dalla schiavitù – lo pone nell’occhio del ciclone. I superiori lo richiamano in Toscana, dove, dopo un anno di impegno nel convitto, è nominato parroco del Sacro Cuore a Livorno, la parrocchia più popolosa della città: inizia in quegli anni l’amicizia con il vescovo Alberto Ablondi.
Rimane parroco a Livorno dal 1977 al 1985. Ha di quegli anni un ricordo bellissimo, specie per la sua animazione della Pastorale Giovanile. Collabora pure con la segreteria del Sinodo diocesano di Livorno.
Nel 1985 torna a Roma per conseguire alla Pontificia Università Salesiana la licenza in teologia spirituale, con una tesi su “Lo Spirito Santo dono pasquale presente e operante presso l’infermo secondo il nuovo Ordo Unctionis Infirmorum”.
Viene quindi destinato a Firenze come animatore dei giovani della parrocchia salesiana e contemporaneamente viene coinvolto dall’arcivescovo Silvano Piovanelli come segretario generale del Sinodo fiorentino. Nel 1990 passa ad Alassio come direttore della Comunità Salesiana: vi resterà fino al 1993.

Da Livorno a Belluno-Feltre
Il 14 aprile 1993 è nominato Vescovo ausiliare di Livorno (titolo di Garriana): viene ordinato vescovo a Livorno il 30 maggio. La Conferenza Episcopale Toscana gli affida il compito di rappresentarla nei settori delle comunicazioni, dell’ecumenismo, e poi per la scuola e per la facoltà teologica del centro Italia.
Il 9 dicembre 2000 è nominato Vescovo di Belluno-Feltre. Inizia il suo ministero in diocesi il 18 febbraio 2001. Si fa subito notare per una capacità relazionale capace di mettere a proprio agio ogni genere di persone, dalle autorità più alte ai bambini più piccoli, che saluta immancabilmente battendo il “cinque” col palmo della mano. Percorre da subito tutta la vasta diocesi, attento ad ogni realtà, anche le più piccole. E tutto questo senza trascurare gli impegni, che nascono dai suoi incarichi a livello di Conferenza Episcopale Triveneta, in cui è incaricato della Commissione per la catechesi e l’evangelizzazione, e della CEI che lo vuole segretario della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Quale membro del Consiglio di Amministrazione della Società biblica italiana, si reca sovente per le riunioni a Roma.
Il 29 settembre inaugura, nel Seminario di Feltre, la mostra delle Iconostasi di Livorno: la mostra ottiene un successo al di là di ogni previsione e crea un coinvolgimento di tutte le forze vive della città. È il primo esempio di missione attraverso l’arte, che grazie a Mons. Savio entra con forza nella vita pastorale diocesana.

Il Sinodo diocesano
In ottobre e novembre incontra tutte e singole le foranie e ne capisce le peculiarità e i problemi. Raccoglie qui il testimone lasciatogli dal predecessore, che aveva avviato la diocesi verso la celebrazione del suo primo sinodo diocesano (la diocesi è nata nel 1986 dalla fusione delle due antiche diocesi di Belluno e Feltre). Il Vescovo si impegna in prima persona nella preparazione al cammino sinodale.
L’anno pastorale riceve la forma dell’ascolto: ne è tappa fondamentale il primo Convegno diocesano di Quaresima (14-15 febbraio 2002) sul tema: “Ascolta un grido: il malato mentale al tuo fianco”. L’incontro porta la Chiesa diocesana a interessarsi al tema del disagio psichico e preannuncia la sfida sinodale del “vedere” le realtà presenti nel nostro tessuto sociale. Sono mesi di preparazione, di riunione di commissioni ancora informali e di esperti.
Il Sinodo viene annunciato nella Basilica Cattedrale di Belluno il giorno di Pentecoste del 2002, 19 maggio. Nella stessa data viene divulgata la lettera pastorale “Se tu mi ascoltassi!”.

La malattia
Dal 23 giugno all’8 luglio è in Brasile, in un viaggio per conoscere gli emigranti bellunesi in America Latina e la vita dei missionari Fidei Donum. Ne torna affaticato, ma si impegna lungo tutta l’estate per organizzare l’iniziativa “Tesori d’arte nelle chiese dell’Alto Bellunese”. Il 28 agosto 2002 annuncia a Canale d’Agordo l’avvio della fase preliminare di raccolta dei documenti e delle testimonianze necessarie per avviare la Causa di canonizzazione di papa Luciani. Il 18 ottobre ottiene l’erezione del Santuario feltrino dei Santi Vittore e Corona alla dignità di Basilica Minore.
Alla fine di ottobre gli viene diagnosticato un tumore maligno esteso. I cicli di chemioterapia non interrompono impegni e attività.
Il rigore dell’inverno limita le uscite del Vescovo, ma non gli incontri con la Commissione centrale del Sinodo, con il Centro Missionario per il convegno dei preti Fidei Donum diocesani. Il 20 marzo accoglie l’invito dei Sindacati confederali a prendere parte alla manifestazione contro la guerra in Irak, nella quale pronuncia uno dei suoi discorsi più applauditi e citati, ricordando il ramo di mandorlo già visto dal profeta Geremia.
Nell’aprile 2003, incarica il postulatore per la Causa di canonizzazione di papa Luciani e chiede al cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, il consenso per l’introduzione del processo non presso il Vicariato di Roma, sede naturale per competenza, ma nella diocesi di Belluno-Feltre. Domenica 8 giugno 2003, al termine dell’assemblea sinodale svoltasi in cattedrale, il vescovo Savio comunicò alla diocesi l’iniziativa assunta. Nella stessa occasione prendeva il via l’anno sinodale del “discernere” e viene distribuita la lettera sinodale “Discernere secondo la volontà del Signore”.
Passa la calda estate del 2003 nelle canoniche vuote della montagna, senza sospendere le udienze e le telefonate; legge con avidità e scrive molto.

Frutti d’autunno
Il 2 ottobre il vescovo Savio presenta ai suoi preti e poi alla diocesi intera la nota pastorale “Quale Chiesa per la nostra terra” (a cura di Paolo Corvo, Edizioni Elledici), che sintetizza i risultati dell’analisi socio-religiosa tenuta in Diocesi. L’8 ottobre il Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi visita le città di Belluno e Feltre e incontra il Vescovo in Prefettura: farà sapere di esserne rimasto edificato. Il 9 ottobre è a Longarone per il 40.mo anniversario del Vajont: mons. Savio presiede l’Eucaristia in suffragio delle vittime, cui partecipa in forma privata anche la coppia presidenziale.
Il mese di novembre del 2003 è dedicato alla riflessione sulla santità: per la festa del patrono san Martino è a Belluno il card. Giovanni Battista Re; nell’occasione il consiglio comunale di Belluno all’unanimità conferisce al vescovo il “Premio San Martino”. Il 23 novembre, alla presenza del card. José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, mons. Savio apre in Cattedrale il Processo di Beatificazione e Canonizzazione di Papa Luciani.

Gli ultimi giorni
La vigilia di Natale visita i carcerati a Baldenich; presiede le celebrazioni natalizie a Belluno e a Feltre. Il giorno di san Stefano non si sente bene: è una grave crisi dell’apparato digerente, ormai compromesso, che si risolve parzialmente solo a fine gennaio, con un piccolo intervento in ospedale.
Mons. Savio sta però cominciando lentamente a rendersi simile alla sofferenza di quel volto di Cristo del Beato Angelico che volle far portare in Diocesi, per segnalare una realtà preoccupante emersa dall’analisi socio-religiosa: l’indifferenza, anche nelle persone religiose, alla persona di Cristo.
Ormai costretto quasi sempre al riposo, non cessa di programmare e di spendersi fino all’ultimo per la sua Diocesi. Noncurante del freddo, esce per dare un fugace e intenso saluto ai partecipanti al secondo Convegno diocesano di Quaresima sul problema dei giovani lavoratori, la sera del 26 febbraio.
Domenica 21 marzo un ricovero in Ospedale a Belluno conferma l’estrema gravità della situazione. Torna in vescovado il 24 marzo. Il 25 concelebra nella sua stanza la Messa e detta il suo testamento spirituale, in cui tra l’altro scrive: «….la cosa più importante è dire a tutti che io sono senza misura contento di Dio. Una meraviglia!». Dal 27 marzo chiama uno ad uno al suo capezzale i suoi preti, chiedendo a ciascuno la benedizione e chiedendo perdono per quanto non ha potuto fare per loro: un quarto del presbiterio riesce a vederlo con indimenticabile emozione. Riesce a ricevere la visita del Rettor Maggiore dei Salesiani don Pascual Chàvez Villanueva e a vedere nella sua stanza, per pochi minuti, il Volto del Redentore: il volto di don Vincenzo, dopo la contemplazione del quadro, traspira felicità e serenità; il Vescovo detta una preghiera: «Un volto cha parla di tutti che sempre opera per mettere i volti che cercano e desiderano la redenzione. E sono certo che in Te nel cuore del mondo la certezza l’hanno trovata. Sei tu la nostra salvezza. che dall’eterno proveniamo che nell’eterno sarà il nostro incontro con Lui. Un volto cha parla di tutti i volti che cercano e desiderano la redenzione. E sono certo che in Te l’hanno trovata. Sei tu la nostra salvezza».
Muore alle 8.42 di mercoledì 31 marzo. I funerali furono un grande tributo di affetto e ammirazione da parte di tutti, credenti e non credenti. Volle essere sepolto nel cimitero del paese natale.

Nato a Tolmezzo il 1° dicembre 1933, nel 1949 entrò nel seminario arcivescovile di Udine, per frequentarvi il liceo classico e la propedeutica. Nel 1953 venne inviato a Roma per proseguire gli studi, conseguendo la laurea in teologia presso la Pontificia Università Lateranense. Il 17 marzo 1957 venne ordinato presbitero dall’arcivescovo di Udine Giuseppe Zaffonato. È stato viceassistente diocesano della FUCI e cappellano festivo di Passons e di Rizzi. Rettore del seminario arcivescovile di Udine dal 1972 al 1976 e successivamente arciprete di Ampezzo, il 22 luglio 1981 venne nominato arciprete di Gemona del Friuli. Erano gli anni della ricostruzione del Friuli, dopo il grande terremoto del 1976 e mons. Brollo vi profuse tutto il suo impegno, vivendo una concreta vicinanza alla sue gente. Il 21 ottobre 1985 venne nominato vescovo ausiliare di Udine, titolare di Zuglio Carnico, e il 4 gennaio 1986 ricevette l’ordinazione episcopale nel duomo di Gemona dalle mani dell’arcivescovo Alfredo Battisti.
Il 2 gennaio 1996 venne nominato vescovo di Belluno-Feltre. Si insediò in diocesi il successivo 3 marzo. Bellunesi e Feltrini sentirono subito una profonda sintonia con il nuovo Pastore, vero uomo della montagna, dal passo sicuro, del quale apprezzarono soprattutto la bontà, la semplicità dei modi, la saggezza pastorale.
Il suo servizio episcopale si caratterizzò per la volontà di promuovere la comunione e la corresponsabilità ad ogni livello e di instaurare una collaborazione sistematica tra le parrocchie. In seno al Consiglio presbiterale e al Consiglio pastorale diocesano avviò una riflessione da cui sgorgò il desiderio di celebrare il primo sinodo della diocesi di Belluno-Feltre. Negli anni dell’episcopato bellunese-feltrino, presiedeva la Commissione episcopale triveneta per la collaborazione tra le Chiese e fece sentire nella nostra diocesi la sua peculiare sensibilità nel campo della Missione, ripetendo spesso, quasi come un programma, che “la fede si irrobustisce, donandola”.
Ma il 28 ottobre 2000 venne promosso arcivescovo di Udine e, dopo aver chiuso in cattedrale il grande Giubileo del Duemila – che resterà memorabile per la celebrazione di Longarone, nella quale vi fu la richiesta di perdono – salutò anche la diocesi, accompagnato da generale rimpianto. Servì poi la diocesi di Udine fino al 18 ottobre 2009.
Mons. Brollo morì a Tolmezzo nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 2019. Aveva compiuto 86 anni il 1° dicembre.

 

Nato a San Mauro di Saline (VR) il 7 novembre 1918, da genitori originari di Breno (BS), venne ordinato sacerdote il 30 maggio 1942. Alunno del Pontificio seminario lombardo dal 1943 al 1945, conseguì la laurea in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense.
Il 22 aprile 1967 venne nominato vescovo ausiliare di Verona (titolare di Fidene); ricevette l’ordinazione episcopale il 14 maggio per l’imposizione delle mani del vescovo Giuseppe Carraro.
Nominato vescovo delle diocesi di Belluno e di Feltre il 7 ottobre 1975, il 23 novembre dello stesso anno prese possesso delle due sedi. A seguito dell’unificazione delle diocesi, disposta il 30 settembre 1986, venne nominato primo vescovo della diocesi di Belluno-Feltre.
Si impegnò in ambiziosi progetti di restauro (Cattedrale, Villaggio San Paolo a Cavallino-Treporti, della Villa Gregoriana a San Marco di Auronzo); inoltre si adoperò per la realizzazione del Centro di spiritualità e cultura “Papa Luciani” a Santa Giustina e del santuario Santa Maria Immacolata Nostra Signora di Lourdes sul Nevegàl; avviò un’importante collaborazione missionaria avviando la missione di Sakassou in Costa d’Avorio.
Insieme all’intera diocesi nell’agosto 1978 gioì per l’elezione di papa Luciani, come poi pianse per la sua repentina scompara. E il 26 agosto 1979 accompagnò Giovanni Paolo II a Canale d’Agordo, sulla Marmolada e a Belluno. In seguito lo accolse più volte nei suoi soggiorni estivi a Lorenzago di Cadore.
Il 2 gennaio 1996 papa Giovanni Paolo II accettò la sua rinuncia al governo pastorale della diocesi di Belluno-Feltre per raggiunti limiti d’età; il 21 gennaio dello stesso anno concluse il suo servizio episcopale in diocesi. Il 19 luglio 2008, durante una cerimonia tenutasi a Belluno nel salone di Palazzo dei Rettori, fu insignito dell’onorificenza di cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Si spense a Negrar (VR) il 28 agosto 2012 all’età di 93 anni. Il rito funebre si tenne il 3 settembre a Verona nella chiesa di Sant’Anastasia in Verona e fu presieduto dal patriarca di Venezia Francesco Moraglia. La salma fu tumulata a Breno in Val Camonica nella chiesa campestre di San Maurizio.

Mons. Gioacchino Muccin, originario di San Giovanni di Casarsa (diocesi di Concordia), nacque il 25 novembre 1899. Durante la prima guerra mondiale, fu uno dei ragazzi del ’99. Ordinato sacerdote nel 1923, fu parroco a Castelnuovo del Friuli, insegnante in seminario e assistente dell’Azione Cattolica. Fu poi arciprete di San Marco a Pordenone e nel 1949 venne eletto Vescovo di Feltre e Belluno.
Nei quasi 26 anni di episcopato svolse un’intensa attività, assistito per undici anni dal Vicario Generale Albino Luciani di cui propose la nomina a Vescovo. Mons. Muccin partecipò al Concilio Vaticano II, diede impulso alle diocesi di cui era vescovo con la formazione di nuove parrocchie e rifondando i seminari, l’Istituto Sperti e la Casa del Clero; al suo impegno è dovuta la realizzazione del Centro Giovanni XXIII. Con profonda partecipazione, visse momenti difficili come il disastro del Vajont, la tragedia di Mattmark in Svizzera, l’alluvione del 1966.
Quando nel 1975 la Santa Sede accettò le sue dimissioni per raggiunti limiti di età, si ritirò a San Pietro di Feletto, in diocesi di Vittorio Veneto, dimorando nella villa del Patriarcato di Venezia, generosamente offerta dal card. Luciani. Visse colà per sedici anni, fino al 27 agosto 1991 quando morì. Dopo la morte, la salma del Vescovo fu trasferita a Belluno ed esposta alla venerazione dei fedeli nella chiesa di San Pietro. Il 30 agosto 1991 si tennero le esequie presiedute dal card. Cè, patriarca di Venezia. La salma fu poi tumulata nel Cimitero del Vajont davanti alla Cappella, come aveva espressamente richiesto fin dal 1985.

Nato a Fellette, in comune di Romano d’Ezzelino (provincia di Vicenza e diocesi di Padova) il 31 marzo 1905, divenne frate cappuccino nel 1920 e fu ordinato prete il 3 marzo 1928. Laureato in teologia presso l’università Gregoriana di Roma, fu ministro provinciale dell’ordine dal 1938 al 1944. Il 4 maggio, a soli 39 anni, venne eletto vescovo titolare di Lidda e amministratore apostolico delle sedi vacanti di Belluno e Feltre: durante la guerra la Santa Sede usava questo espediente, per non dover riconoscere i governi di occupazione. Viene presto consacrato vescovo a Venezia il 14 maggio.
Dopo la morte del vescovo Cattarossi (3 marzo 1944), confidando nei buoni uffici del patriarca Adeodato Piazza, originario di Vigo di Cadore, i maggiorenti bellunesi e feltrini speravano in una nomina di rilievo. La nomina di un giovane cappuccino li lasciò certamente perplessi, ma la sorpresa durò pochi giorni, perché il nuovo Vescovo dimostrò subito, con una forte lettera pastorale e una serie di direttive, di essere ben preparato e all’altezza della situazione delle due diocesi, che in quel periodo erano percorse in ogni dove dai militari della Wehrmacht e dalle brigate dei partigiani. La provincia di Belluno era retta di fatto da Gauleiter Franz Hofer, governatore del Land in cui Hitler aveva riunito le province di Bolzano, Trento e Belluno, annesse al Terzo Reich come Operationszone Alpenvorland.
Mons. Bortignon assunse una posizione ferma nei riguardi dei nazisti, che si dimostrarono ragionevoli nei primi mesi di governo, salvo poi perdere il controllo dopo le prime ostilità dei partigiani. Si può ricordare l’eccidio di Feltre del luglio 1944; dopo il quale la Gestapo, sospettando che affiancassero la lotta partigiana e aiutassero prigionieri o ricercati, imprigionò il rettore del seminario mons. Candido Fent e il delegato dell’Azione Cattolica don Giulio Gaio; quest’ultimo rimase in carcere per 112 giorni e chiese proprio al suo ex alunno Albino Luciani di portagli qualche volume da leggere. In agosto anche l’arciprete di Lamon venne incarcerato insieme ai cappellani e ai seminaristi del paese, perché due partigiani erano stati catturati in abiti ecclesiastici. Vennero poi le rappresaglie in Agordino, in cui si contarono decine di vittime e l’incendio di parecchi villaggi. Il 2 settembre perfino il Vescovo venne trattenuto a Feltre dai nazisti per alcune ore. Ci furono poi le rappresaglie naziste alle porte di Belluno, le incursioni aeree degli Alleati, gli imprigionamenti e le detenzioni dei civili. Inoltre si registravano episodi di vendette private. Il conto finale pagato dal bellunese dopo l’armistizio del 1943 fu di 330 giustiziati, 564 caduti in combattimento, oltre trecento feriti, milleseicento deportati e settemila internati.
In tutte queste vicende, mons. Bortignon e gran parte del clero furono costantemente presenti con tentativi di mediazione e con ferme prese di posizione presso le autorità di occupazione; alla fine della guerra, il Vescovo denunciò pure le violenze delle milizie antifasciste. Ma passò alla storia soprattutto per il coraggioso gesto della domenica di Passione, 17 marzo 1945, quando, accompagnato da due sacerdoti e armato di una scala, sfidò pubblicamente i soldati tedeschi e portò il bacio delle famiglie e i conforti religiosi a quattro partigiani impiccati sulla piazza principale di Belluno.
Dal 9 settembre 1945 mons. Bortignon divenne vescovo residenziale e si impegnò nella ricostruzione del tessuto sociale, nelle iniziative per i giovani, nella cura degli emigranti, nel sostegno ai comitati civici per la ricostruzione politica; forti momenti di vita diocesana furono il Sinodo unitario delle due diocesi (1947) e il Congresso catechistico (1948-1949), iniziative in cui si avvalse della collaborazione del giovane Albino Luciani, che nominò Pro-Vicario Generale.
Mons. Bortignon rimase alla guida delle diocesi di Belluno e Feltre fino al 1° aprile 1949, quando venne trasferito alla diocesi di Padova. Morì il 12 marzo 1992 nella Casa dell’Opera della Provvidenza “Sant’Antonio” di Sarmeola di Rubano che egli aveva realizzato a favore degli infermi non autosufficienti. Il 16 marzo ebbe solenni funerali nella Cattedrale di Padova e quindi fu sepolto nella Cripta.

Nato a Cortale, piccolo borgo in comune di Reana del Rojale (Udine) il 23 aprile 1863, accompagnò il padre fornaio nell’emigrazione nella zona di Salisburgo. Entrato in Seminario a Udine, fu ordinato presbitero il 28 aprile 1888. Nominato vescovo di Albenga l’11 aprile 1911, fu consacrato vescovo il successivo 28 maggio nella cattedrale di Udine. Ma il 21 novembre 1913 fu trasferito alle diocesi di Feltre e Belluno: il 26 luglio 1914 prese possesso canonico della diocesi di Feltre e l’8 agosto di quella di Belluno. Resse le due diocesi per trent’anni. Di pietà profonda, si dedicò con tutte le forze al ministero pastorale, anche nei difficili periodi delle due Guerre mondiali. Venne amato soprattutto dal popolo.

Fu lui a ordinare sacerdote Albino Luciani, che molti anni dopo così lo ricordava: «…giovane sacerdote, ho visto quale fosse, nelle prediche, l’“impegno” del mio venerato vescovo mons. Cattarossi. Tirava fuori una piccola carta con su uno schema; se lo metteva davanti e, per lo più in cappella, vi pensava sopra a lungo; i pensieri, più che nella memoria, si preoccupava di agitarli nel cuore; provocandone effetti vivi, raccomandandosi a Dio; poi saliva il pulpito… Vedevo attenzione massima; qua e là, anche tra gli uomini, anche tra i professionisti, commozione visibile, qualche volta perfino lacrime; dopo la predica li sentivo dire: “Quello là, ci crede davvero!”. La forza che li aveva uncinati era nella dottrina esposta, ma anche nella unzione e nella convinzione dell’espositore» (A. Luciani, Lettera al clero sulla Quaresima. 28 marzo 1960, in Opera omnia II, 81).

Mons. Cattarossi morì ultraottantenne nel Vescovado di Belluno, il 3 marzo 1944. I funerali si svolsero in cattedrale il 10 marzo successivo, presieduti dal card. Piazza, Patriarca di Venezia; erano presenti i vescovi del Veneto, numeroso clero e una folla di popolo forse mai vista a un funerale: nonostante il periodo bellico e le difficoltà di comunicazioni, si calcola che vi abbiano partecipato non meno di ventimila persone. Con solenne corteo la salma fu trasportata nel cimitero urbano e tumulata nella cappella riservata ai vescovi. Vi rimase soltanto un anno, perché il 23 aprile 1945 venne trasportata in cattedrale e deposta davanti all’altare del santissimo Sacramento. Sopra vi è il suo stemma episcopale con iscrizione: «Qui dolcemente riposa Giosuè Cattarossi, udinese, dall’anno del Signore 1914 all’anno 1944 Vescovo e conte di Feltre e di Belluno, che, pastore buono e anima del gregge, tutti amò aiutò istruì; la sua pietà verso Dio e verso la patria lo rese illustre; il dolore di cittadini lo rimpiange; Dio lo coronerà di gloria. Nacque il 23 aprile 1863, morì il 3 marzo 1944».