18.ma domenica del tempo ordinario - Anno A

Il pane dopo la parola

a cura di un parroco di montagna

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Si diffonde la notizia che Giovanni Battista è morto. Erode ha fatto tacere l’ultimo dei profeti che annunciavano la venuta del Messia. Gesù sente che ora tocca a lui. Il Regno dei Cieli è giunto: è il momento di annunciarlo. Vista però la fine fatta da Giovanni, Gesù si ritira in luoghi deserti… lo fa per mettersi al sicuro, ma certo anche per pensare e pregare.

Verrebbe da dire che anche il lock-down non è stato del tutto negativo, se ha obbligato a riflettere, studiare, pregare, come Gesù che ogni tanto si ritirava, cioè faceva ritiro coi suoi. Gesù aveva già subìto il rifiuto dei compaesani di Nazaret. Aveva già affrontato le prime schermaglie coi farisei. Da questo momento è solo a compiere la missione.

Solo? C’è una folla che lo cerca, lo segue a piedi dalle città, lo ascolta. Sono gente semplice e povera. Ci sono molti sofferenti e Gesù li guarisce dopo aver provato compassione per tutta questa moltitudine. Gesù è il Maestro che istruisce donando la Parola: è contenuta nei discorsi del vangelo di Matteo (le Beatitudini, la Chiesa, la missione, le parabole del Regno…). Gesù è anche il guaritore che vince le forze del Maligno (ci sono racconti di miracoli). Ecco oggi quello in cui spezza il pane per la gente che ha fame. Dopo la Parola, il pane.

L’istruzione alla gente e, in particolare, ai discepoli incontra in questi cooperazione alternata a incomprensione. All’inizio di tutto c’è la compassione che Gesù prova verso la moltitudine che lo cerca. Gesù è partecipe della vita degli uomini e sente come sua la loro condizione di bisogno. Se ne fa carico.

Il miracolo lo compie Gesù, ma i discepoli giocano un ruolo: chiedono a Gesù di far attenzione all’ora tarda e al bisogno che la gente ha di mangiare. Portano Gesù a prendere un’iniziativa mai presa prima, una cosa che le folle non hanno mai chiesto: nutrirle.

Questa volta i discepoli sono direttamente coinvolti: Date voi stessi da mangiare. Le loro provviste (scarse) servono per il miracolo. I discepoli sono invitati a dare tutto ciò che hanno, per quanto poco sia. Sono loro poi che distribuiscono i pani.

Gesù dà gli ordini: portatemi i pani, fate sedere la folla… Colui che sente compassione prega e ringrazia, spezza il pane e lo dona. Fa la cosa che era impossibile ai discepoli. Gesù prende il poco che hanno e lo moltiplica. Nelle sue mani il poco diventa molto, abbondante addirittura. La compassione di Gesù vuole la salute e il benessere di tutta la persona, spirito e corpo, lavoro e famiglia, l’intera società.

Non c’è neanche tempo di sentire la reazione della folla, dopo quello che ha ricevuto in quella liturgia molto simile alla celebrazione della messa e molto poco solenne: tutti seduti sull’erba mentre il Signore pronuncia la benedizione, cioè la preghiera di ringraziamento.

Non c’è tempo di sentire la reazione al miracolo. Gesù non permette che si attardino e obbliga i discepoli a lasciare il luogo in cui ha moltiplicato i pani. Lui sale solo sul monte a pregare.

Gesù non vuol prolungare quel momento perché ha voluto dare solo un assaggio di quello che può essere il pasto festoso nel Regno.