PERU’ – Una nostra missionaria racconta la sua esperienza in una parrocchia che conta più di 100.000 abitanti

«Lavoriamo in équipe, missionari e laici insieme»

Non si può partire dalle necessità, dai “buchi da riempire”, ma dai doni, talenti e desideri di chi ci circonda

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Missione in équipe
Lima (Perù) – Essere in missione come Comunità, realizzare il lavoro missionario in équipe fra noi missionari e missionarie, coinvolgendo i laici e camminando con loro, significa ricordare quotidianamente e più volte al giorno che siamo chiamati a essere testimoni di Colui che è Relazione: Dio Trinità, Dio Comunione, Dio Famiglia.

Significa rinnovare l’impegno a essere seminatori di relazione e riconoscere che “lo stile relazionale di vivere e operare” nessuno lo possiede, insieme lo scopriamo e lo viviamo.

Lo stile relazionale
Lo stile relazionale invita personalmente e insieme a esercitare un discernimento continuo, per comprendere che cosa contribuisce a costruire relazione in questo contesto, in questa situazione, in questa attività pastorale, in questo cammino di fede e solidarietà aperto a tutti, che con i laici impegnati della missione si è scelto caratterizzi la pastorale in tutte le cappelle.

Lo stile relazionale ci educa e ci fa toccare con mano che non possiamo dare per scontato che dopo tanti anni di vita in Comunità, dopo tanti anni di impegno costante nel coordinamento della pastorale di una cappella, siamo esperti. “Quando ragioniamo e attuiamo così, iniziamo a rotolare all’indietro e si disfa quello che abbiamo costruito”, diceva alcune settimane fa uno fra i laici più impegnati nella pastorale parrocchiale.

“L’umiltà, il confronto fra noi, l’attenzione a ciò che la Chiesa indica, il saper ricominciare sono i segreti dell’essere gruppo. La relazione ha delle sfumature così delicate, tenui, possiede delle finezze… è un cristallo delicatissimo, quindi è impossibile non sbagliare. L’importante è ripartire: chiedere perdono e perdonare è il cammino per ripartire”, spiegava una catechista ai giovani che si stanno preparando per ricevere il Sacramento dell’Eucaristia.

In verità non sempre è facile rimettersi in gioco senza perdere tempo ad assecondare “il proprio io ferito”.

La valorizzazione dei laici
Lavorare in équipe fra noi missionari e con i laici, colorare di “ministerialità” la pastorale, è imprescindibile in una parrocchia che conta più di 100.000 abitanti ed è suddivisa in 7 cappelle più la Chiesa “matrice”.

Fin dall’inizio l’esperienza si è rivelata arricchente, interessante, impegnativa e con le sue sfide. S’inizia a considerare l’insieme e subito emerge la necessità di incontrare catechisti, coordinatori di aree di pastorale a livello di cappella e di coordinazione globale parrocchiale, animatori…

La tentazione è quella di ripartirsi i compiti e di avvicinarsi ai laici e chiedere “Tu potresti assumere questo incarico, ti piacerebbe essere catechista?…” Ma rapidamente si percepisce che questa non è la strada, non si può partire dalle necessità, dai “buchi da riempire”, ma dai doni, talenti e desideri di chi ci circonda.

A servizio dell’Eucaristia
Allora si prende tempo, si osserva, si ascolta e ci si accorge che Antonio, Savina, Nelly hanno un amore grande all’Eucaristia, una capacità molto bella di relazionarsi con gli ammalati, vivono la preghiera nella loro famiglia, sono presenti all’Adorazione settimanale e che possono e desiderano essere ministri straordinari dell’Eucaristia. Oggi svolgono il loro ministero con profondità e impegno.

A servizio della catechesi
Scopri che Erik, Cristina e altri giovani universitari e lavoratori vogliono trasmettere quell’amore di Dio che hanno scoperto e che sentono dare un colore alla loro vita; desiderano formarsi ed essere catechisti. Offri loro la formazione necessaria e constati “che sì questo è proprio il loro dono e vivono il loro servizio con gioia, costanza e creatività”.

A servizio della famiglia
Con il Consiglio pastorale di Cappella e di Parrocchia si cercano i cammini per far decollare una pastorale familiare che possa rispondere alle necessità e soprattutto alle ferite che segnano in modo pesante la maggioranza delle famiglie. Una delle sfide e fuori dubbio un’urgenza di questa realtà.

Una coppia di giovani impegnati in parrocchia, che ha scelto di vivere il fidanzamento in modo da poter celebrare in “pienezza” il Sacramento del Matrimonio, viene a dire che ha “un progetto – sogno da condividere”: incontrarsi con altre coppie che hanno il loro stesso desiderio e stanno camminando verso il Sacramento del Matrimonio.

Presentano tutto ciò che già hanno pensato e programmato, chiedono di essere appoggiati nel preparare i temi e le dinamiche, di confrontarsi sui contenuti, di poter verificare come sta andando. Iniziano in 4 coppie, ora a distanza di sei mesi sono 7.  Puntualmente vengono a condividere come prosegue l’esperienza, sottopongono lo schema e i contenuti dell’incontro, preparano l’ambiente, la merenda (a volte nella parrocchia, a volte in casa di uno di loro), accolgono e ringraziano per i suggerimenti.

T’invitano a condurre un incontro e tocchi con mano la profondità con cui condividono, lo spessore delle domande che si pongono, l’unità che va crescendo fra queste giovani coppie. Vedi la loro presenza positiva nelle cappelle dove vivono, la loro vita sacramentale.

Insieme riconosciamo che una piccola piantina è sbocciata e chiediamo al Padre che la aiuti a crescere coscienti che va accompagnata con attenzione, rispetto e che ha bisogno di tempo per diventare “albero”.

I frutti del lavoro in équipe
Ammalati del “tutto subito, organizzato ed efficiente”, a volte si vive la fatica del saper attendere, del camminare al ritmo delle persone, dell’organizzare assecondando i segni e gli sviluppi di un cammino. Allora ci si accorge che il lavorare in équipe è lo strumento prezioso che permette di non scoraggiarsi, di saper andare e vedere un po’ più in là, che dà luce per comprendere.

Si sperimenta che la diversità, che a volte fa sudare le proverbiali 10 camice per giungere a un accordo, non è solo una sfida da superare, un qualcosa che rallenta il passo perché “prima di … si vede insieme”, ma è una forza positiva che permette di crescere personalmente, come équipe e rende credibile l’annuncio.

Come diceva un giovane: “Non si tratta di inventare qualcosa che nessuno ancora ha fatto, si tratta di fare le cose in modo diverso; è il nostro modo di stare insieme che può attrarre altri giovani, non le stranezze che possiamo inventare”.

Marzia Buzzat


SUDAMERICA

Contenti del servizio dato
«Sono tanti anni che dedichi un bel po’ della tua vita alla Missione e mi piacerebbe sapere cos’è cambiato dagli esordi a oggi… e, dimmi, quanti anni sono passati da quella prima volta?» La voce di questo mio amico mi giunge alle spalle. La risposta sarebbe ovvia e già sfruttata: «Di sicuro sono cambiato io!» ma non la dico, mentre mentalmente faccio il conto degli anni; una volta ero molto più rapido a fare le somme con la testa, oggi mi faccio aiutare dalle dita… altro segno che la vecchiaia sta avanzando: «Trentasei», balbetto. Il discorso finisce là, l’amico se ne va ma mi è rimasta la provocazione. «Cos’è cambiato in quei paesi in tutto questo tempo?»

Non molto, le città sentono di più il progresso ma le campagne, specie sulle Ande, poco o nulla. Me ne vado a letto sommerso dai ricordi di quelle prime volte ed eccomi ancora là a fare il cuoco per la piccola comunità composta da nostri operai volenterosi e da suorine di etnia indios. Fare da mangiare per 14 persone fisse più gli imprevisti per un ottico, con l’hobby della cucina, non è risultato molto agevole: fagioli, mais, fave, patate e zucca, niente condimenti per noi tradizionali come olio e burro, qualche volta un po’ di carne di pollo. I nostri mangiano poco e brontolano tanto, esattamente all’inverso delle suore Hermanite locali, che sono tutte belle tonde e si capisce vedendo quanto mangiano.

Mentre mi rigiro nel letto mi sembra di rivedere una di quelle suore la quale, con carta e penna, mi chiede le ricette. Senza farmi notare sbircio da dietro mia moglie per vedere cosa stia scrivendo. Arguisco stia facendo una relazione a don Sergio Buzzatti, capo del nostro Ufficio Missionario: «Caro don Sergio, è soltanto mercoledì 14, ma mi sembra sia passato un mese. L’ottico (che sarei io), oltre al cuoco fa anche il manovale; ieri ha tagliato, per ore, tondini di ferro da 6 e 8, per aiutare quelli che stanno preparando le gabbie per le fondamenta; ha smesso solo per andare a preparare la cena. Poverino! Ha le mani color ciclamino ma non si lamenta ed è contento che io l’aiuti». Mi sposto e ho subito una panoramica di tutti: Renato è molto attivo e preciso, ce la mette tutta affinché le cose vadano per il meglio. Poi c’è Fioravante, uomo forte, esperto muratore, con la vocazione del capo. Quando parla con i locali, ogni tanto, mescolando le lingue, borbotta: “No capisso nada!” Alla sera sono tutti stanchi e se ne vanno a dormire presto in quell’unica stanza a loro assegnata, tutti assieme. Noi due sposi dormiamo per terra in un corridoio. Comodità zero ma tutti sono contenti del servizio dato. Non so se oggi le nuove leve fanno o farebbero la stessa vita che abbiamo fatto noi. Vi posso dire però, per certo, che se ci fosse richiesto saremmo pronti a rifare tutto come quella straordinaria prima volta.

Mario Bottegal