Omelia del Vescovo al Te Deum di fine anno

Quanta benedizione abbiamo portato agli altri?

«Tutti soffriamo per i troppi toni accesi gli uni contro gli altri»

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Abbiamo condiviso ancora un anno. Nessuno di noi può averlo vissuto da sé e per sé. È stato il “nostro” anno. Questa sera siamo qui a spogliarci della pretesa – e, forse, presunzione – che ognuno di noi si sia guadagnato un anno.

Ci induce a questi pensieri e a questi stati d’animo quanto abbiamo pregato nel salmo responsoriale: «Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto». Guardare a Dio, cercarlo, invocarlo, lodarlo… comporta questo passaggio: riconoscerci “al plurale”. In quel “noi” vi è il senso dei nostri giorni, del tempo e dunque il senso della vita.

Nel brano evangelico proclamato è indicato un tempo particolare: «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù».

Il tempo – i nostri giorni – portano la nostra vita, le permettono di essere tale, di potersi manifestare, di compiersi. Nel tempo che ci è dato noi scopriamo, riconosciamo e impariamo che cosa sia la vita. Essa è “il mondo”, è quel “noi” che connota ogni nostra fibra. Ci accorgiamo alla fine di un tempo che ciò che conta è accogliere quello che ci ha permesso di sognare insieme, di sperare insieme, di faticare insieme, di far diventare questo nostro mondo una “terra promessa per tutti”. Proprio questa è il vero volto di Dio.

In questa sera, noi credenti e noi discepoli di Gesù possiamo porci una domanda: quanta benedizione di Dio abbiamo desiderato e portato agli altri affinché il volto di Dio possa splendere su questo nostro mondo, su questa nostra terra?

Non è facile questa domanda, poiché tutti soffriamo per i troppi toni accesi gli uni contro gli altri che riscontriamo nei nostri contesti di vita. A volte la sfera pubblica è un continuo denigrare l’altro e manifesta un’impressionante indisponibilità ad un confronto civile. Con fatica riconosciamo la vita come “bene di tutti”, il vero “bene comune”.

Anche come comunità cristiane soffriamo di certe tensioni che vengono a dividerci in fronti opposti. E, invece, ci incoraggia la passione con cui papa Francesco annuncia e testimonia la benedizione di Dio.

Questa benedizione da espandere a tutti e ovunque scaturisce dal senso di gratitudine per cui stasera siamo qui a cantare il nostro Te Deum Laudamus, in questa Eucaristia, come descritto nel racconto evangelico: «I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto».

Il nome di Gesù – «Dio salva» – dato al «bambino adagiato nella mangiatoia» è il nome che portiamo come promessa di Dio nella nostra vita, nei nostri giorni, nel tempo che ci è dato e di cui siamo grati.

C’è un’espressione biblica, al capitolo 8 del Deuteronomio che mi ha sempre colpito, perché descrive bene ciò che siamo nel tempo che ci è dato di vivere. Si tratta di un grande discorso con cui Mosè ricorda quanto Dio ha fatto per il suo popolo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto». Mosè interpreta questo tempo come una prova voluta da Dio e rivolto al popolo dice «per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi».

Poi c’è questa affermazione che può diventare il motivo del nostro grazie alla fine di questo anno civile: «Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni». Per cui ne scaturisce questo invito: «Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, […] il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, […] che nel deserto ti ha nutrito […] per provarti, per farti felice nel tuo avvenire».

Ed ecco anche un’ulteriore parola che ci fa guardare con speranza all’anno che inizierà: «Guàrdati dunque dal dire nel tuo cuore: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze”. Ricòrdati invece del Signore, tuo Dio, perché egli ti dà la forza […], al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri».

+ Renato, Vescovo