Il patriarca di Venezia visita "Villa San Francesco" a Facen

«Restituire prima che divenga sera»

Lunedì 2 luglio, per il 70° della fondazione

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«Non ci si è fermati per raccogliere i sassi e rilanciarli, ma per costruire», ha affermato il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, in visita prima alla Cooperativa Arcobaleno ’86 e al Museo dei Sogni, Memoria, Coscienza e Presepi di Feltre e poi alla Comunità “Villa San Francesco” di Facen di Pedavena, appartenente al Centro Italiano Femminile, Ente morale di Venezia. Si è detto onorato di ripercorrere i passi dei suoi predecessori illustri in questi luoghi, come il patriarca Roncalli, poi papa Giovanni XXIII e ora santo, e il patriarca Luciani, poi papa Giovanni Paolo I che, forse già tra un anno, sarà proclamato beato.

Ha iniziato la sua visita dalla Cooperativa Arcobaleno, alle porte di Feltre, luogo di vita e di lavoro dei ragazzi della Comunità “Villa San Francesco”, che tra gli assemblaggi sottoposti al controllo qualità e la cura attenta e scrupolosa dei fiori scoprono il gusto della dignità, della libertà, del pane sudato onestamente. L’Arcobaleno, con i colori dopo le tempeste della loro vita, diventa casa che accoglie centinaia di migliaia di visitatori, soprattutto ragazzi e giovani (ieri il patriarca ha aggiornato il tabellone che segna i gruppi in visita, ora 4.073), che qui vengono assetati di domande, di sogni, di desideri, e si lasciano toccare dalla memoria del futuro, composta dalle storie di donne  e uomini sulle quali tutti noi camminiamo, per capire che anch’essi sono pietre su cui domani altri cammineranno. Con molta serietà e proteso all’ascolto, il patriarca ha visitato senza fretta anche il Frutteto Biblico, dove sono presenti tutte le piante citate nei quattro vangeli, sostando in particolare davanti alla tabella che indica il tema educativo del 2018, “Restituisciti al mondo prima che venga sera”.

Si è poi recato a Facen di Pedavena, dove ha visitato la “Casa Emmaus” e Casa degli Affreschi, fermandosi davanti all’affresco di san Luigi Orione, sacerdote e santo molto caro ai ragazzi di “Villa San Francesco”. Sceso in Comunità, ha potuto ritrovare l’arte, pilastro della vita comunitaria, negli oltre duemila quadri qui presenti, e spingere lo sguardo verso il feltrino, con riferimento al santuario dei santi Vittore e Corona; un paesaggio semplice ma distensivo, utile per dipanare matasse di preoccupazioni e pensieri che le storie difficili di questi ragazzi portano inevitabilmente con sé. Dopo una cena a base dei prodotti coltivati e preparati dagli stessi ragazzi, in particolare il pesto in omaggio alle origini genovesi di mons. Moraglia, alle 20.00 si è celebrata la solenne concelebrazione eucaristica, con venti presbiteri, due diaconi: tra di essi il vicario generale don Graziano Dalla Caneva, in rappresentanza della diocesi, e il parroco di Facen, don Alberto Ganz. Il paese di Facen si è stretto attorno al patriarca in processione dalla Comunità alla chiesa parrocchiale di Facen, e si è stretta attorno a S. B., di anni 14, che da un anno vive in Comunità e ha chiesto di poter essere battezzato e poter fare la prima comunione, voluto bene da tutto il paese per l’impegno e la simpatia con cui si occupa della vendita delle uova del pollaio della Comunità e dello sfalcio dell’erba del pra santo, il vecchio cimitero di Facen, ora un prato che lui regola con la falce. «Tu chiedi il battesimo, e questo ci aiuta a riflettere sulla nostra fede, sull’acqua che dà la vita, sul fatto che da soli siamo nulla destinato a morire, mentre insieme siamo chiesa; chiediti sempre, alla fine di ogni giornata recitando il Padre Nostro, non cosa diranno gli altri, ma cosa dici tu, Signore, di questa mia giornata», le parole di Mons. Moraglia a S., accompagnato con gioia dal padrino Sisto Barp, volontario della Comunità, da M.C., 15 anni, che vive assieme a S. in Comunità e che ha promesso di aiutarlo nella sua vita cristiana, e da tutta la Comunità “Villa San Francesco”, meravigliata e grata dei doni che la Provvidenza non ha mai fatto mancare in 70 anni di vita, attraverso le mani e i volti di tanti, ora con questo segno nuovo e grande che impegna e incoraggia a continuare a spendere la propria vita e coltivare i sogni, tenendo sempre lo sguardo alto e lontano.

Ragazzi, educatori, volontari e amici della
Comunità “Villa San Francesco”

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Fondata infatti nel 1948, per accogliere bambini fisicamente fragili e bisognosi di ristoro, la struttura si è via via arricchita di funzioni e servizi. Si sono aperte le comunità che accolgono bambini e ragazzi in difficoltà per problemi familiari, personali e bisognosi di riferimenti affettivi validi. Ed è stato realizzato il Museo dei Sogni, della Memoria, della Coscienza e dei Presepi. L’obiettivo di fondo di Villa San Francesco è l’accoglienza nel segno di un’educazione ispirata al Vangelo. «Perciò “restituire prima che divenga sera” – ha rimarcato mons. Moraglia durante la sua visita – è il nostro spazio e la nostra responsabilità. La memoria chiede di essere proiettata sul futuro e in questo movimento ci sono la speranza e la nostra opportunità di fare il bene».
Inteso e accalorato il saluto iniziale di Aldo Bertelle, che da decenni è l’anima della comunità. Ne riportiamo alcuni stralci:

«Patriarca Francesco, la parabola del Padre Misericordioso o del Figliol Prodigo, raccontata da Gesù di Nazareth, è un inno alla verità e alla bellezza della vita, è anche poesia pura, è la grammatica del cuore che parla. Tutte le volte che assieme ai ragazzi e ai giovani che qui vivono, la sentiamo leggere, il mio cuore palpita, l’udito fatica, lo sguardo si abbassa, il pensiero chiede conto al perché, si fa largo tuttavia la speranza robusta per l’eternità, è garanzia del non abbandono a chi è a noi prossimo, è certezza del bene eterno del Padre.

Dobbiamo dirci tuttavia con franchezza che tante volte arriviamo a Gesù di Nazareth che è Figlio, a quel Dio che è Padre, a quella voce invisibile, preventiva, rispettosa e garante che è lo Spirito Santo, anche mediante chi ha scelto e doveva essere l’esempio di paternità, e non solo, per arrivare a Lui. A tanti ragazzi, più che tanti, in 70 anni qui è capitato di dover prendere atto che ad andarsene, con o senza dote, non sono stati loro, bensì persone a loro deputate. […]

Lei è arrivata quassù all’ora del vespro dopo un pomeriggio intenso e senza fretta. Lei è salita su questo colle accompagnato dai discepoli, ha indossato la stola del pastore donata da Papa Benedetto XVI alla nostra Comunità. Sono andato con il pensiero alla visita pastorale notturna nelle zone di Lecco del card. Federico Borromeo, arcivescovo di Milano, raccontata da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. Che spettacolo di fede e di vita quell’andare di fretta, a piano, da soli e in compagnia, per bussola anche il suono festante delle campane, con il cuore contento, per ascoltare la parola del vescovo. Più tardi scendendo dovremmo fare nostra la Sua parola, viverla, magari ricordarci un poco anche la parola del sarto, sempre nei Promessi Sposi, quando dice alla figlia dopo la Messa e attorno al desco familiare, presente anche Lucia:” piglia qui, va da Maria, la vedova, lasciale questo mangiare e dille che è per stare un po’ allegra con i suoi bambini. Ma con buona maniera ve’, che non paia che tu faccia l’elemosina. E non dir niente se incontri qualcheduno; e guarda di non rompere”.

Patriarca Francesco, oggi sulla porta di questa chiesa parrocchiale non arriva un quattordicenne che se ne è andato e ritorna, magari intristito anche dal sapore agro delle ghiande sottratte ai porci, mangiate per sfamarsi. No, arriva un figlio che chiede rispettosamente di entrare nella famiglia cristiana. Chiede a Lei che è padre, per conto del Padre di tutti, di ricevere il Sacramento del Battesimo e a seguire dell’Eucarestia. […]  Il 6 gennaio 2018, Papa Francesco durante il Battesimo a 34 bambini nella Cappella Sistina ha affermato: “La fede si trasmette con il dialetto della famiglia, si fa in dialetto e se a casa non si parla quella lingua dell’amore, la trasmissione non è tanto facile”. […]

Le chiedo rispettosamente di ammettere a questo altare per concelebrare, l’anima di san Giovanni XXIII, di papa Albino Luciani, del card. Loris Francesco Capovilla, del vescovo Vincenzo Savio, del vescovo Antonio Riboldi, di mons. Giuseppe Bosa, di padre Vincenzo Poggi, di don Gianfranco Zenatto, di san Luigi Orione. Loro conoscono il perché. Con il suo permesso, li vedo qui con noi questa sera, accompagnati da una bisaccia sgualcita, colma di bene, anche di “stranezze pastorali, perché nel bene, se non si è un poco originali, se si sta sempre lì si ristagna, si ammuffisce. La novità è mezzo di fare il bene. I ministri del male non hanno vergogna, no, a fare gli originali, gli audaci, i creatori di novità e, perfino i bizzarri”. Così diceva don Orione.

Il cancello di questa storia, forse anche di bene, educazione e carità, fu aperto il 21 settembre 1948 da Maria Salmini Monico, presidente del CIF di Venezia. Lo varcò per primo il Patriarca di Venezia card. Adeoato Piazza, accompagnato dal vescovo diocesano mons. Girolamo Bortignon. Vi era anche la Pucci, una donna di questo paese, per tantissimi anni donna al servizio senza sconti di migliaia di ragazzi e giovani che in Comunità hanno vissuto. Lei, senza diplomi, educatrice intera ed energica. Oggi ha compiuto 90 anni. Con alcuni ragazzi, quasi all’alba, siamo andati a dargli il bacio della riconoscenza nella struttura dove vive […]».