San Gioatà

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La Chiesa bellunese ha venerato per secoli quale suo patrono principale san Ioatà [anche Gioatà, da Joathas], un martire militare africano di età dioclezianea, possedendone il corpo. L’arrivo a Belluno delle sue reliquie è rimasto a lungo avvolto nelle nebbie di una tradizione agiografica abilmente costruita e alimentata in epoca altomedievale, e solo di recente ne è stata tentata una prima rilettura per meglio inquadrare le coordinate innanzitutto temporali ma anche culturali, politiche e ovviamente religiose entro cui va collocata una vicenda comunque fondamentale per comprendere il formarsi dell’identità locale.

Dopo la traslazione e deposizione nel duomo cittadino delle reliquie e la fissazione della Passio di san loatà, entrambe avvenute verosimilmente verso la fine dell’età carolingia, all’inizio del X secolo, il possesso del corpo santo del martire Ioatà divenne infatti uno degli elementi fondanti dell’identità della Chiesa bellunese nel momento della sua massima potenza politico-militare, sotto l’ottoniano vescovo Giovanni (963-999), e tanto più essa ne conservò gelosamente la memoria mano a mano che il vescovado bellunese (dopo il 1197 unito con Feltre) si ritrovò ad essere progressivamente ridimensionato dai sempre più ingombranti vicini trevigiani, trentini e aquileiesi. Lo dimostrano le ricognizioni delle reliquie (le più antiche pervenute) effettuate nel 1237, 1307 e 1400, che in tutti e tre i casi riservano al corpo di san Ioatà una collocazione del tutto particolare: per ultima, separata da ogni altra, nel 1237, per prima, con termini grande rilievo, nelle altre due, a conferma di una indiscussa preminenza.

Tale ruolo venne spettacolarmente confermato nel 1318 quando la città, nel rinnovare le sue antiche fontane, decise di collocare (o sostituire? Nessuna ricerca ha ancora dimostrato se e cosa vi fosse prima) una statua di san Ioatà sul fuso della fontana di piazza duomo, al centro tra cattedrale, castello vescovile (l’attuale Auditorium) e palazzo del Comune, cioè nel cuore simbolico della vita istituzionale della città, mentre san Lucano si dovette accontentare dell’adiacente piazza del mercato, continuando quindi un secolare confronto a distanza avviato fin dall’età carolingia, quando entrambi fecero il loro ingresso solenne in città, Ioatà come culto vescovile e Lucano come culto canonicale.

Perdita dell’autonomia e nuova ricerca dell’identità

L’inizio del XV secolo, con l’entrata di Belluno nell’orbita veneziana ed il contem­poraneo sorgere dell’umanesimo, rappresenta allo stesso tempo l’apogeo e il canto del cigno di un culto cittadino che proprio in quegli anni si concretizzò, ad esempio, nella realizzazione di un grande e prezioso busto-reliquiario, nella stesura di un apposito officio composto da Michele de’ Bossi da Milano, sacerdote e cittadino bellunese, e nella ricopiatura dei due antichi inni liturgici di epoca carolingia all’interno del salterio-innario oggi conservato nella Biblioteca Lolliniana [del Seminario diocesano, ndr]. Ma proprio quegli anni marcano l’inizio di una crisi che si dimostrerà irreversibile per san Ioatà e il suo culto, asfitticamente compresso entro la sola cerchia muraria di una Belluno ormai relegata ad un ruolo assolutamente minore nel dominio di terra della Serenissima e affidato ad un’unica Passio vistosamente leggendaria ed incapace di reggere alla nascente critica filologica.

Un processo che fu certamente accelerato, sul doppio versante materiale e culturale, dall’incendio della cattedrale del 1471 e dal successivo secolare cantiere che impegno fino alla fine del Cinquecento la Chiesa bellunese in una ricostruzione che assorbì gran parte delle risorse economiche ed intellettuali: in tale senso fu certamente decisivo, per comprendere la rapida eclissi del culto di san Ioatà, il contemporaneo arrivo della reliquia costantinopolitana della Sacra Spina, con il miracolo annuale che […] sostituì senza discussioni il martire africano nella gerarchia ideale dei tesori liturgici della cattedrale bellunese.

Già le redazioni statutarie del primo Quattrocento avevano attuato (o ratificato?) una prima vistosa modifica dell’ordine gerarchico dei patroni cittadini che, se nella ricognizione delle reliquie del 1400 confermavano ancora san Ioatà saldamente al primo posto, pochi decenni più tardi presentano invece, nell’ordine, Martino, Biagio, Ioatà, Lucano, Lamberto e Giorgio, mentre la redazione finale e canonica dello statuto edita nel 1525 […] aveva alterato ulteriormente la sequenza, relegando ormai Ioatà al quarto posto, dietro a Martino, Lucano e Lamberto.

Tratto da: Marco Perale,
1512: Joathas rotatus di Pierio Valeriano.
Un poema rinascimentale per l’antico patrono di Belluno. Edizione critica
,
Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali (Serie “Litterae Montanae” 3),
Belluno-Rende (CS) 2014, 14-18.