C’era una volta un re, stimato per la sua saggezza, che viveva nella torre di un castello in cima alla montagna, anche d’inverno, in uno spazio ridotto, illuminato solo da una stretta feritoia. Giorno e notte abbandonava gli stanzoni sontuosi e confortevoli per lasciarli volentieri alla sua famiglia e ai cortigiani.
Sentendosi invecchiare, un giorno il sovrano chiamò il figlio primogenito e gli disse: «Prima di prendere il mio posto, vorrei che ti vestissi umilmente, come i poveri, e partissi sulle strade del mondo in cerca di una lezione di saggezza così grande che ti serva come base per fondare la tua sovranità e guidare i tuoi futuri affari di monarca!». «Ma come? – s’indignò il principe – Voi mi obbligate ad abbassarmi, ad adottare le abitudini dei mendicanti, a condividere la sorte degli ignoranti, dei villani, dei carrettieri, dei miserabili d’ogni specie…». Poi, però, aggiunse abbassando il capo: «Ma poiché questo è il vostro volere e che, nei vostri riguardi, nutro la più alta considerazione, vi ascolterò! Sperando che l’esperienza non sia troppo dura!».
Fu così che il principe ereditario si mise in cammino, sulle strade del regno, per cercare l’insegnamento che gli sarebbe servito, più tardi, nel suo ruolo di sovrano.
Vestito da povero, si mescolò alla gente: aiutò i contadini a raccogliere il fieno, gli ambulanti a vendere le loro mercanzie… per guadagnarsi di che vivere.
Dopo alcuni anni di vita modesta, il principe pensò: «Non ho imparato nulla! Non riuscirò mai a diventare un buon sovrano!» e decise di ritornare dal padre per confessargli la sua sconfitta.
Quando vide il re, invecchiato, ormai alla fine dei suoi giorni, il figlio, rattristato al pensiero di deluderlo, gli disse: «Padre, ho fatto ciò che mi avete chiesto. Ma devo confessarvi che, durante tutto questo tempo, non ho imparato nulla! Sono andato ovunque, ho vissuto con i più poveri, ho mangiato una volta al giorno, dormito sulla paglia… Non so nulla più di quanto sapessi prima!».
Il re rispose: «Allora ritirati, figlio mio. Non sei degno di salire sul trono!».
Il giovane salutò il sovrano e cominciò a scendere gli scalini della torre. Poi, all’improvviso, tornò indietro e pose al re la domanda che lo inquietava da qualche tempo: «Padre, perché vivete sulla torre, accanto a una feritoia, in questa stanza così piccola e sobria, quando potreste vivere negli stanzoni del castello, illuminati da grandi finestre colorate?». Il sovrano rispose: «Se mi avessi posto la stessa domanda prima di partire, avresti capito tante cose!». Poi proclamò con solennità: «Non giudicare mai una finestra dalla sua dimensione. Anche una feritoia possiede un ruolo, nobilissimo: quello di essere un passaggio di luce! Dio si serve della povertà per riflettere la sua grandezza. Nell’oscurità di una stanza buia, si apprezza anche il più piccolo raggio di luce. Nella semplicità della gente si scoprono i valori più profondi, quelli che permettono di regnare con saggezza e con giustizia».
Il principe sorrise e, rivolgendosi al padre con voce sicura, esclamò: «Adesso credo di essere finalmente in grado di prendere il vostro posto!».
La parabola – raccolta in un Paese Nordico – insegna a essere umili e semplici, anche nelle vesti di un sovrano. La storia racchiude in sé un insegnamento evangelico: «Per incontrare la grandezza di Dio è necessario farci piccoli, come Lui si fa piccolo per incontrarci. La porta per accedere al Regno è stretta, come una feritoia; ma le sorprese che lascia filtrare valgono più di tutti i regni e le ricchezze di questo mondo».
Sant’Agostino: «Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà… È stato l’orgoglio che ha trasformato gli angeli in diavoli; è l’umiltà che rende gli uomini uguali agli angeli».
David Herbert Lawrence: «La cosa più bella in natura, un fiore, ha tuttavia le sue radici nella terra e nel concime».
Papa Francesco: «L’umiltà salva l’uomo; la superbia gli fa perdere la strada…
È nell’umiltà che si costruisce il futuro del mondo».
Madre Teresa di Calcutta: «Sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro. È Lui che pensa. È Lui che scrive. La matita non ha nulla a che fare con tutto questo. La matita deve solo poter essere usata».
Rabindranath Tagore: «Ci avviciniamo ai grandi quando siamo grandi in umiltà».
