Baba Odochia (personaggio mitologico importante nella cultura romena e balcanica in genere) aveva un figlio di nome Dragobete (che dà il nome a una festa primaverile romena che si celebra il 24 febbraio). Quando crebbe e divenne giovane, il ragazzo s’innamorò di una coetanea e la sposò, contro la volontà della madre. Allora Odochia iniziò a tormentare la giovane sposa, in tutti i modi.
In un giorno invernale, molto freddo, la suocera inviò la nuora al fiume, perché lavasse un gomitolo di lana tutto nero: «Vai a lavare la lana e non tornare finché non sarà completamente bianca!». La giovane sposa andò al fiume attraversando impervi sentieri montani, ma, a causa del freddo e della fatica, le sue dita cominciarono a sanguinare. La ragazza si disperò, temendo di non poter tornare a casa dal suo caro amato.
All’improvviso, arrivò un uomo (che era il Signore Gesù) e porse alla giovane sposa un fiore rosso, dicendole: «Prova a lavare la lana con questo!». La donna immerse il fiore nell’acqua e, con stupore, vide che la lana si sbiancava. Tutta felice, concluse il compito con successo e tornò a casa.
Dopo aver sentito la storia del fiore dello sconosciuto definito “Martisor” (“Piccolo Marzo” o “Marzolino”) dalla ragazza non conoscendone l’identità, la suocera si arrabbiò: «Hai tradito mio figlio con un amante!».
Inveendo contro la giovane, Odochia partì con le sue pecore verso la montagna, pensando che la primavera fosse già arrivata, visto il fiore ricevuto dalla giovane nuora: “Sennò, come avrebbe potuto quello sconosciuto procurarsi un fiore?”.
Si mise a diluviare e la donna iniziò a togliersi, uno a uno, i dodici Cojoc che indossava (indumenti prodotti a partire da un vello di pecora, con la lana rivolta all’interno, e spesso decorati con ricami all’esterno), perché appesantiti dalla pioggia. Poi il tempo peggiorò e si mise a nevicare. A causa del clima glaciale, Odochia rimase congelata e si trasformò in pietra.
La parabola, raccolta in Romania, personifica il passaggio dall’inverno alla primavera in un ambiente montano. La leggenda ha varie versioni e si trova anche in altri Paesi balcanici: Moldavia, Bulgaria, Macedonia del Nord e Grecia. Il nome Odochia sembra derivare dal calendario bizantino, che in data 1º marzo celebra la santa martire Evdokia (Eudosia). Secondo la tradizione, Eudosia era una donna samaritana, che viveva a Eliopoli ai tempi dell’Imperatore Traiano (98-117). Con i suoi facili costumi e la sua straordinaria bellezza si era procurata innumerevoli amanti e immense ricchezze, ma, avendo per caso udito un monaco di nome Germano leggere qualcosa sui Novissimi, ne restò impressionata. Eudosia parlò con il monaco e con un sacerdote di Eliopoli e decise di farsi cristiana, di dare tutte le sue sostanze ai poveri e di condurre vita di penitenza e di preghiera.
Un’altra parabola raccolta in Romania, che ha come sfondo la primavera e i bucaneve, racconta: «Tanto tempo fa, nella foresta, il primo giorno di marzo, un bel bucaneve bianco e gentile spuntò da sotto la neve. Il vento d’inverno lo vide, si mise in collera e scatenò una tempesta di neve sul fiorellino. Il gentile bucaneve, morso dal freddo, si disperò. La buona Fata Primavera udì il fiore singhiozzare e gli chiese: “Perché piangi?”. Il fiorellino: “Sono coperto di neve e muoio di freddo!”. La fata tolse la neve sopra il fiore e, facendo ciò, si ferì a un dito a causa di un sassolino tagliente che si trovava accanto al bucaneve. Il sangue cadde sulla radice del fiore, riscaldandolo… e il bucaneve riprese vita. Un’altra goccia di sangue cadde sui petali e questi si colorarono di rosso. Poco dopo, un altro bucaneve tutto bianco spuntò lì accanto. Fu così che le due inseparabili campanelle, quella rossa e quella bianca, diventarono al tempo stesso il simbolo dell’inverno che se ne va (colore bianco) e della primavera che arriva (colore rosso), dell’amore e della speranza». Di qui la tradizione romena e balcanica del “Martisor”.
Il “Mărțișor”, tradizionale festa primaverile in Romania e in altri Paesi balcanici, prende il nome da un oggetto simbolo che si confeziona con dei fili bianchi e rossi, di cotone o di seta, intrecciati in un cordoncino che si lega a forma di otto. Al cordoncino si appende un ciondolo portafortuna, dalle diverse forme simboliche: monetine d’oro o d’argento, fili d’erba, germogli o fiori, animaletti, cuoricini… Il Martisor si tiene al petto un mese, per proclamare la primavera, e chi lo indossa – si dice – sarà fortunato e in salute per tutto l’anno. Vi è anche l’usanza di donare il ciondolo con il fiocco bianco e rosso a tutte le donne, come augurio di buona fortuna, di amore e di buon inizio di Primavera.
