A cura di don Ezio Del Favero

236 – La montagna Sacra e il lago delle Streghe

«È la legge della natura, è la legge degli uomini!»

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Alla dodicesima luna, la savana color oro divenne grigia: era arrivata la siccità, la stagione in cui le magre greggi cercavano di trovare sul loro cammino qualche ciuffo d’erba diventata rara e nel cielo i grossi rapaci cercavano i resti degli animali morti di stenti ai bordi delle piste e venduti agli abitanti dei villaggi vicini per un po’ di arachidi, di mais o di miglio. Era arrivata la stagione in cui i figli della scimmia dal pelo rosso scendevano dagli alberi per raccogliere le poche spighe dimenticate dai contadini. Era arrivata la stagione in cui i giovani del villaggio dovevano superare le prove iniziatiche sulla Montagna Sacra, per essere ammessi nel mondo degli adulti.

«Donna, i granai sono pieni; è ora che nostro figlio parta per superare le prove che faranno di lui un uomo. Imparerà a vincere la fatica ed il dolore».

La madre, fra le lacrime: «Uomo, accompagna nostro figlio e promettimi di stare attento che non gli succeda nulla di male! Là sarà solo; gli occhi del suo cuore mi cercheranno ogni giorno». Per lei quel figlio era il suo corpo, la sua anima, la sua lingua, le sue parole. Era stata lei a insegnargli a camminare, a correre, a pronunciare le prime parole. Era stata lei a curarlo, a vegliarlo di notte, a insegnargli a ridere. «Uomo, accompagna nostro figlio»…

Il luogo dove i giovani avrebbero imparato a diventare uomini si trovava in mezzo alla foresta. Là, per imparare il mestiere di uomini, avrebbero obbedito a leggi antiche… Arrivati in quel luogo, furono costretti a dormire con le gambe divaricate e legate su letti di rami e di foglie. Furono svegliati prima dell’alba e costretti a lavarsi in uno stagno gelido. A ciascuno fu consegnato un gonnellino di corteccia. Furono iniziati alle danze sacre, con i corpi dipinti di polvere bianca.

Appresero i segreti delle piante: dalle medicine ai veleni. Impararono a seguire le tracce, a cacciare, a pescare, a lottare. Furono costretti a rubare il miele dagli alveari senza lamentarsi delle punture delle api, a vivere soli sperduti in mezzo alla foresta per ritrovare il sentiero che conduceva al campo. I paurosi potevano ritornare al villaggio, ma sarebbero stati disprezzati da tutti, picchiati, derisi, lasciati senza cibo. Inoltre, era loro proibito incontrare le donne.

«Uomo, hai visto nostro figlio?». «L’ho visto, sì!». «Mangia volentieri? Dorme?».

«Sì, donna!». E i giorni seguenti: «Uomo, hai visto nostro figlio?». «L’ho visto, sì!». «Mangia volentieri? Dorme? Lo hai sentito parlare di me?». «Sì, donna! Ripete senza sosta: “Di’ a mia madre che sto bene, che supero le prove con coraggio. Dille anche che sto diventando uomo e che ritornerò presto. Dille che la penso”…».

Al sorgere della terza luna, in mezzo alla foresta non lontano dal campo, fu trovato un ragazzo senza vita, magro, disteso sul letto di foglie.

Il capo campo disse: «È la legge della natura, è la legge degli uomini!». Chiamarono il padre e lo seppellirono in silenzio, all’ombra della foresta. Il capo campo disse: «La boscaglia conserva i suoi segreti. Solo i vecchi hanno il diritto di sapere. Il saggio deve saper conservare il segreto della boscaglia, il segreto della morte. Se parla, la collera di Dio scenderà su di lui e sulla sua discendenza!».

Il padre, schiavo del silenzio e dell’oblio, ritornò al villaggio con il segreto nel cuore.

«Uomo, hai visto nostro figlio?». «L’ho visto, sì!». «Come sta? Mangia volentieri? Dorme? Lo hai sentito parlare di me?». «Sì, donna! Ha parlato di te».

«Dimmi uomo: quando tornerà?». «Al sorgere della prossima luna!».

«Digli che, nell’attesa, ho dipinto i muri di bianco e gli ho tessuto una nuova stuoia… che sarò là a riceverlo alle porte del villaggio, per vedere il nuovo uomo che è diventato. E insieme agli altri canteremo e danzeremo»…

Al sorgere della nuova luna i giovani iniziati abbandonarono la foresta. All’ora in cui il campo delle stelle non è ancora raccolto, arrivarono in vista del villaggio, che per cinque giorni e cinque notti avrebbe festeggiato il loro arrivo.

Mentre stava ritornando dallo stagno con un recipiente di acqua in testa, la donna che aveva l’abitudine d’interrogare il marito vide arrivare il gruppo degli iniziati. Guardò uno a uno i ragazzi e poi si disse: «No! Non sono stata io a chiedere questa disgrazia!». Poi, pazza di dolore, si lacerò il vestito e cominciò a correre urlando: «Voi, avi, avete ucciso il mio ragazzo! Ascoltate i pianti di una madre, voi che ora abitate la foresta e vivete insieme alle bestie selvatiche. Urlerò per sempre la mia disperazione e la mia rabbia contro di voi e le vostre leggi selvagge!».

La donna continuò a correre disperata.

Verso sera, la donna si sedette accanto a una sorgente. All’improvviso, una voce la sorprese: «Madre, porterò verso le Grandi Acque della pianura l’eco della tua pena».

Le si avvicinò una donna anziana e le disse: «Conosco il tuo dolore! Ti offro la vendetta. Vedi quella pianta dalle foglie verdi? È l’albero del male. Anche se bruciato dal sole o dalle fiamme, ha il potere di restare sempre verde. Ha il potere di rendere forte chi lo tocca. Fatti un vestito con le sue foglie e strappa un ramo; potrai vendicarti della crudeltà della tua gente, tracciando con il ramo un perimetro tutto intorno al villaggio!».

Quella sera i tamtam, i balafon e le danze animarono la festa del villaggio: battimani, urla, risate, madri che indicavano i figli tornati dalla foresta e diventati uomini.

La donna disperata camminò lentamente intorno al villaggio, tracciando un solco appena visibile con il ramo strappato all’albero del male.

Quando ritornò al punto di partenza, la terra sprofondò. Dall’immenso cratere sgorgò dell’acqua, dando vita a un grande lago, sulle rive del quale una donna piangeva e rideva, pazza di dolore.

Quel lago, privo di vita, fu chiamato “Il lago delle streghe”.

_______________________

La parabola – raccolta in Africa Occidentale – racconta le tradizioni di un popolo, talvolta incomprensibili per la nostra cultura occidentale. Le cerimonie iniziatiche, spesso cruente, sono finalizzate a creare uomini e donne adulti e coraggiosi, a vantaggio dell’intero villaggio. La parabola spiega anche la presenza di un lago ancora esistente in mezzo alla foresta; è un luogo sacro, dove ancora oggi arriva chi soffre per un amore troppo presto perduto e dove le donne sterili si bagnano fiduciose per chiedere a Dio la gioia di diventare madri.