Era il mese di maggio in un paesino di montagna. Comparivano fiori dappertutto, anche sulla siepe. Un piccolo melo, il cui tronco si assottigliava in un unico ramo ricoperto di sottili gemme di color rosso pallido, sapeva bene quanto fosse bello e per questo non si meravigliò quando una carrozza si fermò e una giovane contessa esclamò: «Questo ramo fiorito è la cosa più graziosa del mondo; è la primavera stessa nella sua più bella incarnazione!». Il ramo fu spezzato e lei lo tenne tra le mani delicate. Giunsero al castello, dove magnifici fiori riempivano vasi trasparenti. In uno di questi fu messo. E così il ramo diventò superbo!
Fu posto vicino alla finestra – che dava sui monti, sul giardino e sul campo – da cui poteva vedere molti fiori e molte piante su cui meditare. C’erano piante ricche e povere, altre addirittura miserevoli. «Povere erbe ripudiate! – esclamava – Proprio vero che c’è differenza! Chissà come devono sentirsi infelici!».
Guardava con certa compassione soprattutto i fiori che si trovavano in enorme quantità nei campi e lungo i fossi, fiori comuni che crescevano come la gramigna e dal nome orribile: “Soffioni”. «Povera pianta disprezzata! – pensava – Non puoi farci nulla se sei fatta così, se sei così comune, se hai quest’orribile nome! Ma tra le piante, come tra gli uomini, ci dev’essere una differenza!».
«Una differenza!», disse un raggio di sole baciando il ramo di melo in fiore, ma baciando anche i gialli soffioni del campo. Poi aggiunse: «Tu non vedi lontano, non vedi chiaramente. Qual è la pianta disprezzata che più compiangi?».
«I soffioni gialli», rispose il ramo. «Non sono colti, sono calpestati e, quando diventano semi, si disperdono sulla strada come fili di lana. Sono gramigna! Sono così contento di non essere come loro!».
Nel campo giunse un gruppo di bambini. Il più piccolo fu messo a sedere sull’erba tra i fiori gialli, si rotolò un po’, colse i fiori e li baciò con dolce innocenza. I bambini un po’ più grandi staccarono invece il fiore dallo stelo cavo e piegarono lo stelo unendo le due estremità per ottenere anelli e poi una catena: una per il collo, una per le
spalle e per la vita, poi per il petto e per la testa; era una magnificenza di catene e ghirlande verdi. I bambini ancora più grandi presero con attenzione le piante fiorite, lo stelo che reggeva quella meravigliosa corona di soffici semi – quel lieve e soffice fiore di lana che è un vero minuscolo capolavoro d’arte e sembra fatto di finissime piume e penne – lo portarono alla bocca e cercarono con un bel soffio di spargerlo al vento. Chi ci fosse riuscito, avrebbe ricevuto nuovi vestiti entro l’anno, così diceva la nonna.
«Vedi!», disse il raggio di sole. «Vedi la sua bellezza, il suo potere?».
«Sì, ma solo per i bambini!», replicò il ramo. In quel mentre giunse al campo una vecchietta e si mise a scavare col coltello proprio intorno alle radici del fiore.
Avrebbe guadagnato qualche soldo portandole al farmacista. «La bellezza però è qualcosa di più alto! – disse il ramo – Solo gli eletti entrano nel regno della bellezza! C’è differenza tra le piante, proprio come c’è differenza tra gli uomini».
Il raggio parlò dell’amore infinito di Dio per tutte le cose create e per tutto ciò che ha vita. «Questo è ciò che pensa lei!», gli replicò il ramo di melo.
Poco dopo, la giovane contessa entrò nella stanza con un fiore nascosto fra grandi foglie che lo avvolgevano per evitare che fosse danneggiato.
Piano piano le foglie vennero allontanate e apparve la corona di soffici semi del soffione giallo, splendida e intatta. La contessa, ammirandone la bellezza destinata a perdersi nel vento, esclamò: «Voglio dipingerlo insieme al ramo di melo; entrambi hanno ricevuto tanto dal Signore, sebbene in modi diversi. Entrambi sono figli del regno della bellezza!».
La parabola, liberamente tratto da un racconto fantastico di Hans Christian Andersen (scrittore e poeta danese, famoso specialmente per le sue fiabe), così si conclude: «E il raggio di sole baciò il povero fiore e baciò il ramo di melo fiorito, le cui foglie sembrarono arrossire un po’»…
