C’era un paesino di montagna sperduto tra il verde. Era un piccolo borgo, misero, povero, abitato da poche centinaia di anime. Gli abitanti del paesino erano persone brave, pacifiche, tranquille, laboriose, accoglienti. Le loro case – rustiche, massicce, costruite con sassi e legno di abete – si ammucchiavano attorno al minuscolo campanile della linda chiesetta. Stalle, orticelli, pascoli e boschi di conifere facevano corona al villaggio.
La vita era dura, il lavoro pesante, i guadagni molto scarsi, la dieta modesta: polenta, castagne, latte, formaggio, verdure dell’orto…
Però nessuno si lamentava! Tutti vivevano semplicemente, poveramente, ma contenti.
Avevano un solo oggetto prezioso in comune: un’antica campanella d’argento, che una duchessa tedesca aveva inviato loro in dono, in segno di riconoscenza, per la chiesetta che aveva visitato durante un’escursione di montagna e che le era servita di riparo durante un breve temporale.
I vecchi avevano incastonato la campanella in un ceppo robusto di rovere e l’avevano innalzata sul piccolo campanile. La suonavano ogni giorno, all’ora dell’Ave Maria, da quasi un secolo. In quel momento, tutti gli abitanti del paesino (nelle case, nelle stalle, sulla piazzetta, lungo le stradine, presso la fontana) a quel suono si segnavano devotamente pregando la Vergine Santa. Quello scampanio d’argento possedeva un incantesimo misterioso: affratellava la gente, creava un clima di bontà e un’atmosfera di pace. Quel suono era diventato per tutti una voce familiare, pressoché materna…
Un giorno, sulla cuspide del campanile, degli operai installarono un’antenna, per “illuminare” la vallata con trasmissioni televisive. Durante una notte nera come la pece, la campana fu asportata e portata via. Gli abitanti ricercarono angosciosamente e accuratamente l’amata campanella, ma con risultati inutili. Così i rintocchi della campana in quel villaggio non risuonarono più.
Gli abitanti, a poco a poco, venendo a mancare quel richiamo del cielo, invece che pregare, cominciarono ad affollarsi davanti al televisore dell’osteria. I più giovani, a caccia di soldi, scesero a valle. Così i boschi, di anno in anno in preda all’abbandono, furono infestati di arbusti. I sentieri e le mulattiere andarono in sfacelo, semisepolti tra intrichi di rovi e ortiche. Le baite furono abbandonate e le malghe degli alpeggi divennero dei ruderi.
D’inverno, ai margini del paese, riapparvero volpi, cinghiali, lupi… via via sempre più numerosi, voraci e aggressivi. Anche le persone – tra gelosie, invidie e liti – cominciarono a diventare come un branco di bestie invelenite.
Oggi i vecchi ripetono, con sempre maggior convinzione, che la voce di quella campanella d’argento era una voce della coscienza collettiva, una voce del Cielo.
Quando una comunità perde la voce della Coscienza, che si propaga anche attraverso il suono delle campane, ritorna la stagione dei lupi…
