Una volta esisteva un’isola di nome “Alberia”, coperta da montagne e da enormi alberi. Questi, maestosi, possenti, alti da toccare il cielo, dividevano la vita con gli uomini. Gli alberi formavano delle congregazioni tra di loro, che furono chiamate “boss’sheiu” (Bush, Bosco): la foresta dei Platani, il bosco delle Betulle, la contea dei Castagni…
Gli uomini, nelle loro povere case di fango, del ricco patrimonio verde d’Alberia se ne servivano minimamente: si riparavano sotto le fronde dai raggi cocenti del sole d’estate, usavano il fogliame per farsi dei freschi giacigli per la notte. In inverno, se stavano lontani dai boschi, anche se abbondava la legna per i focolari. Furono gli alberi stessi, mossi a compassione nel vedere tremare i bambini dal freddo, che decisero di regalare il legname da combustione alle povere popolazioni gelate. Gli uomini non dovevano nemmeno faticare per spaccare e segare i ciocchi per adattarli ai loro piccoli camini… La legna cadeva dagli alberi, bella e pronta per essere attizzata. Gli alberi stessi provvedevano che ogni famiglia avesse la sua catasta e gliela facevano trovare ai piedi dei loro tronchi con tanto di nome scolpito su
ogni pezzo di legno.
Sotto il grande Castagno la legna era del clan di Ien, il primo Frassino del bosco era destinato al clan di Vochos, dalla Quercia le pire erano donate al clan di Seimocanos. La regola era stabilita dagli alberi stessi, senza dare torto a nessuno.
Questi magnanimi Signori verdi dei boschi, soggiogavano a una magia d’Odino. Là, in quell’isola, gli alberi non davano frutti, nemmeno una ghianda per gli scoiattoli, non avevano fiori in primavera, nemmeno un piccolo bruco che si nutrisse delle loro foglie. Gli uccelli non si posavano sui rami a cinguettare e, per il nido, preferivano migrare a Sud. Quando avevano raggiunto il limite d’età, gli alberi si dissolvevano nel Nulla, così come dal Nulla nascevano. Il vento non portava nemmeno un piccolo seme, in quelle terre.
Accadde che gli uomini d’Alberia si stancarono di quella Natura, tanto più che gli alberi li prendevano a mazzate quando, spinti dalla cupidigia, entravano nella foresta incantata per rubare la legna prima che sorgesse la Luna Nuova.
Gli uomini iniziarono a odiare gli alberi, a tirare loro delle pietre, a mozzare le loro grandi braccia, fino ad abbatterne i tronchi più grossi. Un giorno appiccarono il fuoco e sulla grande isola cadde una coltre di fumo, così densa che la luce spari. Gli alberi che sfuggirono alle fiamme perdettero il loro verde e non diedero più ossigeno. La gente si ammalò ai polmoni, la loro pelle divenne secca e piena di rughe, i bambini invecchiarono aridi come la cenere, con i capelli grigi, gli stracci acremente intrisi di fumo. Quello che non distruggeva il fuoco, svaniva nel nulla; le montagne divennero calve. Sull’isola il tempo tornò indietro di milioni d’anni.
Odino, vedendo come soffrisse la Natura in quell’ambiente degenerato dalla stupidità degli umani, spazzò via la coltre di fuliggine. Thor, suo figlio, rassodò il terreno con i fulmini. Freya sparse dei semi e trasse dal suo seno ghirlande di fiori d’ogni forma e colore, inondando i campi di mille colori. Lentamente la vita riprese sull’isola. Odino trasse dai loro nascondigli tanti omini verdi dalla barba bianca, così piccoli che stavano sotto i funghi, e li incaricò della gestione e manutenzione dei boschi e delle foreste. Gli gnomi cominciarono a curare ogni albero e ogni foglia, a portare l’acqua alle radici, a preparare in primavera pentoloni enormi di colore per ravvivare i fiori appassiti durante l’inverno, a fornire a ogni albero il fungo adatto per essere nutrito dalle radici e per scomporre i tronchi vecchi. Posero tanti nidi per gli uccelli, adagiarono le toglie cadute dagli alberi sul terreno per formare un tappeto soffice e silenzioso, sparsero ceste di bacche per i cinghiali. Tutto sull’isola tornò alla normalità e gli uomini capirono il torto fatto agli alberi…
Fu così – conclude la leggenda scandinava – che gli uomini appresero dai Folletti a fare le fascine, a smettere di accendere alcune grosse foglie dall’odore acre aspirandone il fumo, a respirare a pieni polmoni l’ossigeno prodotto dagli alberi, a lavarsi ogni mattina con la rugiada. I bambini crebbero forti e rubicondi… e Alberia fu ricordata come l’isola felice.
