A cura di don Ezio Del Favero

248 – Lungo i binari tra i monti

Cogliere con ottimismo la ricchezza, le gioie e la bellezza che ogni giorno la vita regala

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Lungo i binari di una ferrovia in mezzo ai monti c’era una piccola casa rossa, isolata dal resto del paese. In quella casetta abitava il casellante, con un figlio di dodici anni.

Spesso il ragazzo stava alla finestra e guardava sfrecciare i treni. Gli piacevano i rapidi, quelli con i finestrini illuminati. Non riusciva a vedere i viaggiatori che stavano dietro ai finestrini, però li immaginava vestiti in abiti di lusso, seduti su poltrone di velluto, al ristorante del treno mentre mangiavano cibi prelibati…

«Che bella vita! – pensava il ragazzo – Potessi anch’io salire su uno di quei treni e andare lontano! Io invece sono destinato a stare qui, in questo casello isolato. Un giorno prenderò il posto di mio padre e non potrò mai muovermi, dovrò accontentarmi di viaggiare solo con la fantasia. Al massimo potrò girare nell’orticello davanti a casa: dei cavoli, dei pomodori, dell’insalata, dei fagioli, un cagnolino che abbaia ogni volta che passa il treno. Questo è il mio destino… Non proverò mai l’emozione di farmi servire da un cameriere, mentre osservo nuovi paesaggi seduto su poltrone di velluto».

In quel mentre, accanto al finestrino di un rapido in corsa verso la montagna erano sedute due persone: un signore elegante con un orologio d’oro al polso e una signora con una collana di perle e anelli preziosi. Non avevano figli e questo li addolorava. Viaggiavano per abitudine, annoiati e stanchi.

Quel giorno, passando accanto a un casello tra i monti, videro un ragazzo affacciato alla finestra e la signora disse: «Beato lui! Vive in mezzo al verde e al fresco dei monti, ha un orto con verdura sempre fresca, si diverte a veder passare i treni. Quella è vita! Noi possiamo viaggiare, ma non sappiamo cosa sia la felicità!».

Il signore, guardando l’orologio, disse: «La gioia non si può comprare! Vieni, cara, andiamo a pranzo. Il solito ristorante… che noia! Mangerei più volentieri un pomodoro appena colto dall’orto e qualche foglia d’insalata fresca».

«Caro – aggiunse la signora – È inutile lamentarci. Dobbiamo accontentarci delle nostre ricchezze. Non possiamo pretendere anche la felicità!».


La parabola aiuta a riflettere. Si pensa sempre che la felicità abiti nella casa del vicino e si sia dimenticata di bussare alla nostra porta. Si rincorrono, così, i sogni e le esperienze di vita altrui convinti che siano i migliori e i più affascinanti. Forse il vero problema è che non siamo più in grado di guardarci “dentro”, di saper leggere le pagine fortunate della nostra storia, i momenti di gioia e i doni ricevuti.

Lasciare da parte l’invidia e imparare a cogliere con ottimismo la ricchezza, le gioie e la bellezza che ogni giorno la vita regala possono aiutarci a non rimanere con sguardo sognante alla finestra, ma ad assaporare la concretezza della vita.

Ma il messaggio del racconto è anche un altro. Il figlio del casellante e i due ricchi turisti fanno la stessa esperienza: quella di ignorare il presente per farsi rapire da desideri che non riusciranno mai a realizzare. Sono come “congelati” nelle rispettive situazioni: al giovane manca il coraggio di salire sul treno e intraprendere un viaggio; alla coppia la determinazione di fermarsi e scendere dal vagone. Molte volte ci si convince che il destino ci obbliga a rimanere nella situazione in cui ci troviamo, quando invece basterebbe solo essere capaci di “fare un salto”, di salire o di scendere dal treno, per essere davvero felici.


Racconta Marina Corradi nel giornale “Avvenire”: «C’erano una volta, tra Calalzo e Cortina, i binari di un piccolo treno bianco e blu che ogni mattina saliva dal Cadore. Al di là di due corse, nessun treno passava più per l’intera giornata. Allora la ferrovia era usata da molti come scorciatoia per il paese: era bella, fra i campi pieni di fiori, la massicciata di sassi candidi sotto al sole. E, davanti, l’aristocratica parete del Pomagagnon, tutta inclinata, come spinta da mille anni di vento del Nord. Anche i miei, con noi bambini, camminavano spesso sulla ferrovia. Io però, benché molto piccola, non mi sentivo tranquilla: se c’erano dei binari, pensavo, era perché doveva passare un treno. E continuavo a voltarmi indietro, cercando una locomotiva che spuntasse all’orizzonte. Mentre la mano di mia madre mi tirava: «Su, Marina, non c’è nessun treno». Riprendevo il cammino in faccia a quella parete di straordinaria roccia rosa, che del nostro camminare sembrava una meta, o un destino. (Ma veramente si poteva essere certi che nessun treno stesse arrivando alle nostre spalle?). Infantilmente percepivo, come sospesi, dolori e mali che sarebbero presto arrivati. Ma la mano gentile di mia madre, e i miei stessi occhi, colmi di quella parete di roccia indicibilmente bella e misteriosa, erano un segno di altro – un segno buono. C’era già tutta la vita, penso, in quel nostro andare sui binari, sotto al sole trionfante di luglio».