A cura di don Ezio Del Favero

253 – Rish e il ritorno della pioggia 

...la siccità scomparve, le piogge tornarono a cadere e il ciclo della vita ritrovò il proprio equilibrio

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Rish (diminutivo di Rishyashringa) era nato per amore ma non per volere del padre, l’eremita Vibh (diminutivo di Vibhandaka), che aveva passato una vita intera sul monte lontano da tutti e in continua penitenza. L’eremita, però, un giorno aveva visto una ninfa celeste lungo il fiume e se n’era invaghito. Così era nato Rish.

Il padre decise che il figlio, diversamente da lui, si sarebbe conservato casto. Così, per conservare il figlio nella purezza che egli stesso non era stato in grado di salvaguardare, costruì un piccolo eremo circondato dai monti, nel cuore della foresta dove nessuna donna sarebbe mai dovuta passare, e crebbe il piccolo Rish in solitudine, lontano da tutto e da tutti.

Nel frattempo, nel vicino regno di Anga, governato da un re avido e malvagio, si abbatté una terribile siccità. Il re della pioggia Indra era arrabbiato perché nessun bramino (membro della casta sacerdotale) gli offriva oblazioni. Infatti, tutti i sacerdoti avevano lasciato il regno quando il re, accecato dall’avidità, aveva truffato uno di loro. Gli astrologi del re consultarono le stelle e stabilirono che la carestia sarebbe finita solo quando il casto e innocente Rish figlio dell’eremita sul monte fosse venuto a vivere nel regno di Anga. Solo allora i bramini sarebbero tornati e Indra sarebbe stato riappacificato e la pioggia sarebbe caduta di nuovo.

Convincere Rish sarebbe stato difficile, ma ottenere il permesso del padre sarebbe stato impossibile senza qualche stratagemma. Così, pensando a cosa fare, il re convocò la cortigiana più affascinante e le ordinò di andare nella foresta in mezzo ai monti e sedurre il giovane eremita affinché la seguisse in città, in cambio di una lauta ricompensa.

La povera ragazza, certa di incorrere nell’ira mortale dell’eremita Vibh, partì con un piccolo seguito per la foresta su di un’imbarcazione che aveva le sembianze di un eremo, ma era colma di ogni delizia. La cortigiana attraccò in prossimità della dimora solitaria di Vibh. Attese il momento propizio e, vestita come un’asceta, salì sul monte e si presentò al giovane Rish mentre il padre si era allontanato nella foresta. Il giovane pur saggio, ma ignorante circa l’esistenza delle donne, fu impressionato dalla bellezza della ragazza e domandò chi fosse e che cosa ci facesse nella foresta. La giovane disse di essere in pellegrinaggio. Rish, catturato da una strana attrazione che non aveva mai provato, pensò che la giovane fosse una manifestazione divina e volle venerarla con frutti e preghiere. Tuttavia, la ragazza gli disse di non poter accettare le sue offerte, poiché era una semplice rinunciante in cerca di meriti religiosi. Lo abbracciò ripetutamente, gli offrì dolci e ghirlande di fiori profumati e lasciò l’eremo. Il giovane, innocente, inebriato dal fascino della giovane, dimenticò i suoi doveri quotidiani, non accese più il fuoco sacrificale, non munse più la vacca sacra poiché la sua mente era persa nei ricordi degli abbracci e del calore della pellegrina.

Quando il padre tornò, capì immediatamente che cosa fosse successo e proibì al figlio di parlare con la donna caso mai fosse tornata all’eremo. Gli disse: «Si tratta di una creatura demoniaca trasformatasi in sembianze umane!». Poi scese dal monte e partì per la foresta alla ricerca della tentatrice per punirla e maledirla.

Quando la splendida ragazza tornò da Rish, questi le raccontò degli avvertimenti del padre, ma mentre parlava pensava che non ci potesse essere del male in tanta bellezza. Dopo aver trascorso qualche ora nella foresta con la ragazza, fu lui stesso a suggerire di scappare dal padre insieme a lei, per seguirla nella sua dimora oltre le colline.

Così fu che Rish lasciò la foresta tra i monti e arrivò nel regno di Anga, dove venne accolto con grande gioia dal re. Come Rish arrivò in città, il dio Indra fece cadere la pioggia copiosa e pose fine alla terribile carestia che aveva attanagliato il regno per diverse stagioni. Il re, non più malvagio e avido, diede in sposa sua figlia Shanta al giovane salvatore e lo dichiarò suo erede, sperando che la felicità del figlio potesse mitigare l’ira del padre, l’eremita Vibh.

Come ci si poteva aspettare, Vibh, accortosi della scomparsa di Rish, partì alla ricerca del figlio per distruggere il regno dove si era stabilito, con il potere della sua furia resa implacabile dagli anni passati in meditazione. Tuttavia, quando Vibh giunse ad Anga, vide che il figlio, accanto alla bella Shanta, risplendeva di felicità… e così la sua rabbia si dissolse. Invece di maledire il figlio e il sovrano di quel regno, diede loro la propria benedizione e tornò a vivere nel suo eremo nella foresta per compiere il suo karma*, lasciando Rish al suo.

Fu così che in quel regno la siccità scomparve, le piogge tornarono a cadere regolarmente e il ciclo della vita ritrovò il proprio equilibrio.


La parabola – raccolta in India – è tratta dal poema epico “Mahabharata”, o Grande Storia di Bharata. Il Mahabharata è uno dei due maggiori poemi epici dell’India antica, insieme al “Ramayana” e rappresenta un pilastro della tradizione culturale e spirituale indiana. Nella versione integrale a noi conosciuta, il Mahabharata consta di circa 100.000 strofe, un numero impressionante che corrisponde a sette volte l’Iliade e l’Odissea messe insieme, rendendolo quindi un’opera monumentale di letteratura. Inoltre, è anche uno dei principali testi sacri per la religione induista, ricco di insegnamenti filosofici e morali che continuano a influenzare milioni di persone.

* La legge del karma afferma che ciò che fai inevitabilmente ti torna indietro, sia nel bene che nel male.