La giornata era serena, limpida, durante il periodo in cui lo stormo si preparava a rientrare dal sud, dov’era migrato a causa del freddo.
Uno splendido uccellino, un “Soumainga”, collo verde smeraldo, petto cremisi, con ali e dorso vellutati… catturato e rinchiuso in una gabbia di vimini, quel giorno cantò: «Se fossi libero, in una giornata simile, volerei senza sosta sulle cime degli alberi in fiore».
Mentre l’uccellino cinguettava per esprimere al vento i desideri del suo cuore, passò di là un viandante, accompagnato dalla moglie. Costui veniva dalla montagna dove viveva come eremita; era iniziato ai segreti della natura e aveva ricevuto dallo Spirito della foresta il dono di capire il linguaggio degli animali. Gli era però stato assolutamente vietato di svelare a chiunque il dono. Ascoltò i lamenti del Soumainga e si avvicinò al ragazzo accanto: «Il tuo uccellino mi piace, vendimelo ti prego!».
Il ragazzo diede al viandante l’uccellino in cambio di un mucchietto di caurì (conchiglie che servivano come monete).
Dopo alcuni passi, il viandante liberò l’uccellino, che approfittò di tanta generosità per prendere il volo attraverso la foresta, con un grande sollievo nell’animo e un’immensa gioia nel cuore. La moglie chiese spiegazioni: «Hai speso una fortuna per acquistare l’uccellino e poi lo liberi…». Il viandante spiegò: «Non posso sopportare l’idea di vedere una creatura simile imprigionata in una gabbia di vimini!». Lei imbronciata e lui felice continuarono il cammino.
Arrivati ai margini della foresta, il viandante e la moglie si fermarono accanto a un termitaio. Il luogo era piacevole, il paesaggio bello. I due si distesero sull’erba per contemplare lo splendore di quel posto e riprendere le forze. Il viandante si mise ad ascoltare le termiti; sorrise per le battute che quelle si scambiavano lungo le caverne, ma all’improvviso impallidì. La moglie si accorse del cambiamento di umore e chiese: «Che cosa succede? Ti senti male, forse?». Il viandante aveva assistito a un grido d’allarme della termite-regina che metteva in allerta le compagne dell’arrivo imminente di un terremoto e comandava l’evacuazione immediata del termitaio… Non poté parlarne con la moglie, ma si senti in dovere di correre ad avvertire la gente del villaggio. Una volta arrivato, si recò dal capo e lo convinse ad allontanarne quanto prima gli abitanti. Così, quando sopraggiunse il terremoto, la gente si trovò al sicuro. La moglie del viandante era sempre più insoddisfatta perché il marito non le svelava i suoi segreti.
Un mattino, Mélise, la splendida Dea dell’aria, andò a trovare lo Spirito delle acque.
L’uccellino liberato dal viandante, trovatosi lì per caso, assistette al dialogo.
– «Mélise, ti vedo triste!».
– «In effetti, sono un pochino inquieta perché il Dio dell’aria è in collera con gli uomini, che non gli sacrificano più nulla; quando passa accanto alle loro case raccoglie solo polvere e foglie morte!».
– «Non capisco il motivo di tanta inquietudine, cara Mélise!».
– «La faccenda comincia a diventare grave! il Dio dell’aria, infatti, ha già inviato parecchi fulmini per devastare i pascoli delle greggi degli uomini e sta tramando, con la complicità delle altre forze della natura, una grande campagna devastatrice in grado di distruggere gli uomini… Sta adesso convincendo Ciclone a distruggere, domani all’alba, la regione accanto alla foresta… Tutto questo mi fa terribilmente soffrire!».
L’uccellino Soumainga volò dal suo liberatore, sul monte, per avvertirlo dei progetti del Dio dell’aria. Arrivò sfinito e gli disse: «Vengo ad avvisarti che domani, all’alba, un ciclone devasterà il villaggio! Fa’ svelto, avvisa gli abitanti che si mettano al sicuro!».
L’uomo corse ad avvisare il capo villaggio. Costui chiamò lo stregone che convocò gli abitanti e li trasformò in granelli di sabbia.
All’arrivo del ciclone, gli abitanti del villaggio poterono così salvarsi, lasciandosi scivolare nelle fenditure del terreno.
L’uccellino Soumainga, che aspettava sul monte il ritorno dell’eremita, fu sorpreso dal tornado, fu trasportato dalla furia del vento come una foglia morta, sbattuto contro i rami, fatto girare come una piuma. Un fulmine gli diede il colpo di grazia vicino alla dimora dell’eremita.
Il giorno dopo ritornò il sereno, ma delle case, dei raccolti in fiore, dei pascoli… non restò più nulla. Gli uomini ripresero le loro sembianze.
Il viandante, rientrando sul monte, scoprì il corpo senza vita del piccolo Soumainga e scoppiò a piangere…
La Parabola – raccolta in Senegal (Africa) – insegna a rispettare la natura. Entrare in sintonia con essa e rispettarla agevola la vita. In caso contrario, la natura potrebbe ribellarsi.
Proverbio somalo: «Sii una montagna o appoggiati a una di esse». La natura insegna a essere forti, solidi come la roccia. Un saggio africano così spiega il proverbio: «Una montagna è simbolo di solidità. Se sei stabile, solido, sicuro di te, va bene! Se non sei solido, non puoi essere veramente felice, in quanto ti lascerai smuovere da provocazioni, rabbia, paura o ansia… E allora sarà bene appoggiarsi a qualcuno di solido!».
