A cura di don Giacomo Mazzorana (13ª domenica del tempo ordinario - anno A)

Accogliere il Figlio di Dio

Il grembiule, «l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo»

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Uno dei temi della liturgia di oggi è quello dell’accoglienza. Nella prima lettura una donna ospita con generosità il profeta Eliseo e viene premiata, nonostante il marito sia vecchio, con il dono di un figlio. Nel vangelo Gesù afferma: «Chi accoglie voi accoglie me» (Mt 10,40) e «chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42).

Una splendida pala d’altare di Bernardo Strozzi, realizzata tra il 1620-1630 circa per una chiesa genovese e raffigurante Sant’Agostino che lava i piedi di Cristo, sembra commentare questo vangelo. Mentre il dottore della Chiesa lava i piedi di un pellegrino, si accorge di accogliere il Figlio di Dio. La collocazione del dipinto sopra un altare ricordava l’analogo gesto di Gesù quando, nell’ultima cena, «si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse alla vita. Poi cominciò a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (Gv 13, 4-5).

Uno dei commenti più suggestivi a questo episodio è quello di Tonino Bello che scrive:

«Il grembiule, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza di una cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre alla portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo, tanto meno da parte delle suore per un giovane prete. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule, né di amitti, né di stole, né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale. Che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l’aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le stole a lamine d’argento. La cosa più importante, comunque, non è introdurre il “grembiule” nell’armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico servizio sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile…».

Su questa linea il bellunese Michele Reolon, domenica 14 giugno scorso, nella sua omelia dopo l’ordinazione diaconale tra i salesiani ricevuta il giorno prima nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Valdocco, a Torino, così si è espresso nella chiesa parrocchiale dei Santi Claudio e Dalmazzo a Castiglione Torinese: «Credo che il diaconato significhi decidersi di zampettare dietro a Gesù per seguirlo nel suo essere servo di Dio e degli uomini. Indossare il grembiule e la stola, pronto a lavare i piedi sporchi delle persone e a donare il Pane di Vita agli affamati di senso».

Immagine tratta da Wikimedia