Il cieco nato e guarito ci rappresenta; e il fatto che non abbia un nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati illuminati da Cristo nel Battesimo – così erano chiamati i battezzati nella Chiesa apostolica – e quindi il nostro compito è di comportarci come “figli della luce”.
Quello che ci viene descritto dal brano di Giovanni con l’episodio della guarigione del cieco-nato, è il dono della fede, a cui si arriva progressivamente. Il battesimo infatti ci dà il dono della fede, ma esso è come un seme che va coltivato; è, la fede, un cammino continuo di personale adesione a Gesù Signore. Un cammino a volte difficile, talora drammatico, sempre misterioso come scriveva il card. Albino Luciani nella Lettera “A Trilussa”: difficile perché non è semplice lasciare che Dio “invada, diriga e cambi la mia vita”; drammatico perché comporta scelte di vita tali da dover spesso mettere la scure alla radice del male che c’è in noi; misterioso, perché c’è sempre un iniziale intervento autonomo di Dio (come è stato autonomo l’intervento di Gesù con il cieco-nato); Dio, nella sua bontà, vuole guarirci dalla cecità: ma poi sta a noi riconoscerlo, accettarlo e aderire alla sua chiamata ad essere “figli della luce”. Sta a noi dire come il cieco: «Io credo». E, come Lui, prostraci in adorazione.
Potremmo allora cercare di declinare l’esperienza della fede cristiana con tre termini: risveglio, consapevolezza, educazione. Tutti legati all’espressione che troviamo più volte nel brano evangelico di questa domenica: “aprire gli occhi”.
Risveglio: Aprire gli occhi riguarda anzitutto il risveglio e dice l’inizio di qualcosa di nuovo che accade nell’incontro con la luce, con Dio attraverso la fede. La vicenda del cieco nato e le immagini usate dall’Apostolo Paolo si muovono proprio su questo piano: svegliarsi, abbandonare le tenebre, aprire gli occhi, vedere la luce. Aprire gli occhi è come “svegliarsi”, essere “ri-creati”: il fango sugli occhi del cieco richiama il gesto della creazione come racconta il libro della Genesi: «il Signore Dio formò l’uomo dal fango della terra».
Consapevolezza. Aprire gli occhi riguarda anche acquisire consapevolezza. “Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo”, dice il cieco guarito. Aprire gli occhi significa acquisire una qualità diversa di sguardo, un “accorgersi” e non semplicemente un “vedere”. Vedere è atto fisico, involontario e superficiale, che consiste nel percepire immagini grazie alla vista; accorgersi implica un’azione mentale, un riconoscimento o una presa di coscienza. Ecco: la fede ci rende capaci di guardare dentro noi stessi e gli altri con la luce stessa di Dio, cioè – come dice ancora l’Apostolo Paolo – con «bontà, giustizia e verità».
Educazione. Aprire gli occhi a qualcuno significa educare, cioè aiutare una persona a maturare, a crescere nella responsabilità, ad andare oltre le apparenze, come ci invita a fare il Signore, che non vede l’apparenza, ma “vede il cuore”. Soprattutto a leggere gli eventi della vita alla luce della fede e, quindi, a giudicare tutto secondo una scala di valori che non costruiamo noi, ma che Dio stesso ci propone.
Nella raffigurazione del miracolo del cieco nato in un dipinto del secolo XIII, accanto alla persona nell’atto di essere guarita è raffigurata la stessa – di lato – in atto di lodare e ringraziare il Signore. C’è, in questo, un messaggio per noi che siamo stati guariti nel Battesimo: la nostra vita sia un atto di lode e di ringraziamento, sia sempre una vera Eucaristia.
