A cura di don Giorgio Aresi (24ª domenica del tempo ordinario - anno A)

Come si può essere capaci di perdono?

«Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro»

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Allora c’è un solo mezzo per aiutare gli uomini a essere più felici, per amare gli uomini, per amare la gente che troviamo per la prima volta così come la gente con cui viviamo da vent’anni, ugualmente, nello stesso identico modo: è quello di essere noi fedeli a Cristo, come gli apostoli, che non vuol dire non sbagliare, ma vuol dire che lo sbaglio non ferma mai, lo sbaglio non ferma più. Più precisamente: il peccato non ci definisce più. Perciò il peccato – l’ho già accennato prima, ma è una cosa troppo grande e vi auguro di capirla; termino con questa osservazione – diventa dolore, che è una espressione dell’amore.

(L. Giussani, In cammino (1992-1998), BUR, Milano 2014, p.170)

Per quanto possa, a prima vista, appartenere ad un “già saputo”, o definirsi nei contorni di una retorica venduta a basso costo sugli scaffali delle parole banali, eppure la domanda si impone nella sua difficile soluzione, nei tratti di una risposta tanto più facile, quanto più lontana dalla verità: è possibile, per l’essere umano, essere capace di perdonare? Rendere effettivo, nella dimostrazione di un amore non falsato da alcun interesse, il gesto reale di chi per–dona (dona moltiplicato per la misura infinta dell’amore)?

Eppure solo lì, quando siamo messi alla prova del perdono, ci rendiamo conto di quanto la domanda sia drammaticamente vera. E forse anche qui-ora, nella nostra vita c’è qualcuno che non siamo ancora capaci di perdonare, c’è quella ragione per la quale non riusciamo a perdonare.

E dunque, umanamente come si può essere capaci di perdono?

C’è un passaggio, nelle parole di del Servo di Dio don Luigi Giussani che custodisce il criterio per leggere la propria umana esistenza, nelle pieghe più difficili da districare: il peccato diventa dolore, che è una espressione dell’amore.

È la verità colta in questa geniale definizione che definisce la qualità alta di un amore secondo il cuore di Dio. Quanto più grande è l’amore, il bene donato al “tu” che compie la relazione, tanto più è avvertito il “dolore” dell’amore. È guardare negli occhi l’amato/a e, nel dolore per il male che ci si è fatto, riconoscere ancora più forte del male compiuto il bene che rende impossibile l’odio che metta la parola fine.

Ma resta una domanda, affidata alla nostra fragilità: è come si fa?

La Parola che Dio ci consegna in questa domenica, parla e apre gli occhi.

La Prima Lettura, la sapienza del Siracide.

Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore […] (Sir. 27,30-28,1)

È il rancore che toglie la forza di amare, e di perdonare. Perché là dove lo sguardo si smarrisce di fronte al mistero di ciò che fa battere il cuore, e la ragione, che dovrebbe conoscere le ragioni del cuore – con tutto il rispetto per Pascal, sia chiaro –, si arrende all’emozione del momento, alla rabbia che consuma e all’ostinata pretesa del proprio egoismo, allora è ovvio che parlare di perdono sembra quanto di più lontano dalla realtà (e forse la Storia in questo senso docet).

E l’amore muore, perché è volere il male dell’altro, sempre e godere più del male che del bene.

Ma Dio ha qualcosa da dire. Qui arriva il Vangelo.

La parabola di Gesù dice di un re che condona e toglie il debito al suo servo di 10.000 talenti (gli esegeti annotano quanto corrisponda a migliaia di anni di lavoro), mentre quello stesso, che è stato sollevato e salvato dal debito di 10.000 talenti, non perdona e non salva il suo amico che gli doveva 100 denari (gli esegeti: 100 giorni di lavoro).

Due gesti danno a pensare, ed è Matteo che li definisce nel racconto:

  • Il padrone ebbe compassione di quel servo (Mt. 18,27)
  • quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava (Mt. 18,28)

Due gesti che dicono.

Per Dio, e nella misura che Gesù ci consegna con la sua vita morte e risurrezione, non c’è nulla nella vita che non possa perdonare.

E tuttavia, quando vedi solo lo sbaglio dell’altro, non si è capaci di vedere quanto male si fa a se stessi e all’altro, nell’incapacità di fare quell’unica esperienza che salva, vale a dire avvertire il “dolore dell’amore vero”.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava… (Mt. 18,28-29).

E dunque, una domanda resta affidata alla nostra coscienza: e noi quale gesto siamo capaci di fare? inchinarmi di fronte all’altro e perdonare, o fare delle mie mani il gesto che toglie il respiro e soffoca per sempre l’amore per l’altro?

Di cosa siamo realmente capaci? di amare nella verità o di fare del male?

Ognuno risponda a se stesso, al proprio cuore, e al cuore di Dio.