A cura di don Giacomo Mazzorana

Con la concordia anche le piccole realtà crescono

Un ricordo del vescovo Muccin nel 35° anniversario della morte

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RICORDO DI MONS.GIOACCHINO MUCCIN

«Concordia parvae res crescunt. Con la concordia anche le piccole realtà crescono». Questa frase, che monsignor Muccin ha spesso ripetuto, potrebbe essere la sintesi del suo ministero. Da un verso ricordava la sua diocesi di provenienza, Concordia, dall’altro lo stile di parroco di San Marco a Pordenone e poi di vescovo. Da parroco è stato scritto di lui che, durante la seconda guerra mondiale, è «stato uomo di fede e di carità, grande mediatore di pace». Quando fu ordinato vescovo, domenica 19 giugno 1949, un responsabile del seminario di Pordenone, monsignor Tullio Tesolin, disse ai chierici di Belluno che avevano partecipato alla cerimonia: «Vedrete che vi troverete molto bene con Muccin. Ha un grande cuore!». Monsignor Loris Capovilla, già segretario di papa Giovanni XXIII, terminò una presentazione di lui, in occasione della sua scomparsa, dicendo: «Di cuore magnanimo». Il cuore grande è stato la sua più bella e importante caratteristica.

Del resto che cosa chiedono i sacerdoti e i fedeli a un vescovo? La cultura? Le capacità organizzative? Non è forse invece quell’amore che anche Albino Luciani, suo collaboratore a Belluno e da lui proposto per la nomina a vescovo, si proponeva di avere entrando a Vittorio Veneto: «Miei cari sacerdoti, miei fedeli, io sarei un vescovo sfortunato, se non vi volessi bene. Posso invece assicurarvi che vi amo, che desidero solo entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti le mie povere forze, quel poco che ho e che sono». Proprio ieri il nuovo vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Riccardo Battocchio, lo ha ricordato a Canale d’Agordo. Importante è stata anche la collaborazione dei suoi segretati don Ausilio Da Rif, don Giuseppe Fant e don Lino Mottes.

Le modalità con le quali mons. Muccin ha espresso il suo cuore sono innumerevoli. La prima in assoluto, secondo quanto dice san Paolo della carità: «Soffrire con chi soffre» (Rm 12,15), è stata la sua vicinanza immediata e continua in occasione di grandi calamità che hanno colpito la nostra terra: dalla disgrazia di Vallalta di California nel 1962, a quella di Marcinelle di settant’anni fa, della quale si è celebrata in questi giorni la commemorazione, alla tragedia del Vajont. Il 9 ottobre 1963 egli si trovava a Roma per il Concilio Vaticano II. È rientrato immediatamente. Prima ancora di andare in vescovado, vuole recarsi in ospedale. Rinuncia al Concilio, dedicandosi completamente a Longarone, dove la sua presenza è costante e multiforme. Costituisce un comitato di emergenza, formato da sacerdoti e laici, soprattutto giovani maestri con il compito di inserirsi volontariamente in ogni evento. Commovente la celebrazione della notte d Natale 1963 nella chiesa prefabbricata nella quale, ricordando il Bambino Gesù innocente, adagiato in una mangiatoia, faceva un parallelo con i bambini innocenti strappati alla morte e deposti pietosamente nella culla del sepolcro. Che abbia voluto, con disposizione testamentaria, essere sepolto qui accanto a tutti i defunti è estremamente significativo.

E poi, nell’agosto 1965, c’è la tragedia in Svizzera di Mattmark.

Si potrebbe continuare con la sua vicinanza con il mondo del lavoro, per il quale si è attivato perché venissero realizzate delle fabbriche e con gli emigranti, per i quali ha compiuto numerose visite all’estero.

Per quanto concerne il mondo della cultura vanno evidenziati i suoi frequenti contatti con Dino Buzzati, da lui autorizzato a dire, dopo dieci anni dalla sua scomparsa: «Ho bussato, e la porta si è aperta».

Dice la Bibbia: «Segui pure i sentieri del tuo cuore» (Qo 11,9). Egli li ha seguiti per tanti anni portando quella concordia e quella pace, collocata anche nel leone di san Marco del suo stemma episcopale.

don Giacomo Mazzorana