L’intero periodo di Pasqua è come un solo giorno. L’inno dell’ufficio delle letture continuamente ripete fino all’Ascensione: «Ecco il gran giorno di Dio». Anche il vangelo di questa domenica riprende quello della sera di Pasqua, invitando ad approfondirne ulteriormente il significato. Per il teologo francese Claude Geffrè, il racconto che san Luca fa dell’incontro tra il Risorto e i discepoli di Emmaus è così importante che, anche se andassero perdute tutte le restanti parti dei quattro Vangeli canonici, esso avrebbe consentito al cristianesimo di trasmettere l’essenziale del messaggio di Cristo crocifisso e risorto nei secoli fino al suo ritorno finale. Rappresenta infatti la via di accesso per il credente di ogni tempo perché possa diventare, come annotava il filosofo danese Sören Kiekegaard, “contemporaneo” del Risorto.
L’episodio ha varie tappe. La prima vede i due discepoli «in cammino», come anche san Pietro scrive nella seconda lettura di oggi ricordandoci che siamo chiamati a vivere «quaggiù come stranieri» (1Pt 1,17). La seconda è la loro tristezza e l’incapacità di riconoscere il Risorto che cammina accanto spiegando lui stesso «nelle Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). con l’interrogativo che è la domanda delle domande: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (v.26). Il quarto momento è quello decisivo allorché i discepoli invitano quel compagno di viaggio a restare con essi. perché si fa sera. Egli accetta, ma subito è lui che presiede alla cena, compiendo i quattro gesti che la tradizione liturgica della Chiesa primitiva ha cristallizzato nella comunione di mensa con il Risorto: «prese…, disse la benedizione…, spezzò il pane…, lo diede». «Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (v. 31).
Uno degli autori che ha colto con maggior realismo e intensità questi momenti è Caravaggio, in un’opera che si trova attualmente alla National Gallery di Londra ed è del 1590. Egli raffigura al centro Gesù, mentre sta benedicendo il pane e il vino. È rivestito di una tunica rossa, simbolo della sua umanità e forse della passione appena subita, con il manto bianco della divinità. Ha un volto giovane e imberbe, allusivi come già per l’arte paleocristiana ma anche in Michelangelo, alla sua eterna giovinezza e bellezza divina, al di sopra del tempo e della vecchiaia. Una luce balenante e calda inonda il pane e il vino e la tovaglia, posta su un tavolo diventato altare.
I due discepoli sono presi da uno stupore che Caravaggio esprime in maniera drammatica. Il primo a sinistra si protende con intensità, fissando il volto di Cristo e alzandosi dalla sedia, quasi a voler entrare con tutto sé stesso nel mistero al quale sta assistendo. Il secondo a destra allarga le braccia, formando con esse quasi una croce. Non pochi studiosi vi hanno visto una allusione al fatto che in quel pane spezzato è presente quel corpo col quale già nell’ultima cena Gesù aveva anticipato il sacrificio della sua donazione suprema sulla croce, chiedendo che anche in futuro si continuasse a ripetere quanto egli aveva compiuto. E quella memoria aveva iniziato a effettuarsi proprio quella sera, presente e visibile egli stesso. In alto, indifferente, vi è l’oste.
Guarda quanto sta capitando, ma senza capire. Un rischio che continua ad attraversare i secoli.
Immagine tratta da Timothy Verdon, La bellezza nella parola, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, 143.
