Nella prima domenica di Quaresima

Dai deserti del Niger alle nevi del Comelico

Essere missionario significa andare oltre le coordinate geografiche

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Sono in auto e insieme a don Ezio, percorriamo la strada che da Auronzo di Cadore porta a San Nicolò di Comelico. Il paesaggio è tutto innevato, gli alberi sono carichi di bianco e il freddo è pungente. Il silenzio è profondo, rotto solo dal rumore delle ruote sull’asfalto gelato.

Guardo don Ezio e dico: «Certo che Augusto è proprio forte, dal deserto del Niger alla neve del Comelico». Il pensiero corre al Niger. Là il deserto si stende immenso, la sabbia entra nelle case, il vento solleva nuvole sottili che si posano ovunque. Il sole brucia la pelle e rende ogni gesto più lento. I villaggi sono distanti, l’acqua è un dono raro, le distanze si misurano in ore di pista. La missione si vive nella precarietà, nella povertà condivisa, nell’ascolto paziente di una cultura antica e profonda. Il primo anno, don Augusto e mio fratello don Robert avevano scelto di vivere in una piccola casa in affitto, molto semplice, essenziale in tutto. Le pareti erano spoglie, gli spazi ridotti, i servizi minimi e spesso dovevano dormire esternamente a causa del calore che veniva accumulato durante il giorno. Non era una scelta dettata dalla necessità, ma dal desiderio di condividere fino in fondo la vita della gente. Abitare così significava non creare distanza, non presentarsi come stranieri privilegiati, ma come fratelli tra fratelli. In quella casa imparavano l’essenzialità, la gratitudine per ogni cosa, la bellezza delle relazioni che nascono quando non ci si difende dietro comodità o sicurezze. In Niger, si erano lasciati ispirare dallo stile di Charles de Foucauld. Avevano guardato alla sua vita nascosta tra i Tuareg, alla sua scelta di abitare il deserto non per conquistare, ma per condividere. Li aveva accompagnati l’idea di una missione silenziosa, fatta di prossimità e amicizia, di fraternità vissuta giorno per giorno.

Qui, nel Comelico, tutto appare diverso. La neve copre i tetti, il ghiaccio rende prudente ogni passo, l’inverno avvolge le case in un silenzio quasi contemplativo. Non è la sabbia che sfida, ma il gelo; non è la sete, ma il freddo che punge il volto. Eppure anche qui ci sono deserti: la solitudine, la fatica di credere, la nostalgia di un tempo più vivo. Cambiano i paesaggi, ma resta lo stesso bisogno di una presenza che accompagna. Essere missionario significa andare oltre le coordinate geografiche. Oggi si vive sotto il sole africano, domani tra le montagne innevate; ciò che non cambia è il cuore disponibile. La missione non dipende dal clima, ma dalla chiamata. È la capacità di restare, di ascoltare, di condividere la vita della gente, sia tra le dune del Sahara sia tra i campanili del Comelico.

Durante la celebrazione, il Vangelo del giorno ci porta a Gesù che è condotto nel deserto ed è tentato. Anche Lui attraversa uno spazio estremo, fatto di solitudine e di prova. Il deserto diventa luogo di scelta, di fedelta, di affidamento totale al Padre. Non cede alle scorciatoie, non cerca potere o sicurezza facile. Don Augusto cambia paesaggio, ma continua a camminare con quello stile appreso nel silenzio del deserto: presenza discreta e una fraternità concreta. E mentre l’auto sale tra i tornanti innevati, penso che la missione è semplicemente questo: continuare a camminare, tra sabbia e neve, con lo stesso sorriso e la stessa fiducia.

Jose Soccal