Nella sala parrocchiale di Cavarzano

Dalla paura alla fiducia

FOTOGALLERY - Incontro di voci e silenzi, fedi diverse, un’unica ferita e la fiducia che la pace sia possibile.

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La preghiera interreligiosa

È don Sandro De Gasperi, direttore dell’Ufficio di pastorale dei giovani, a prendere per primo in mano il microfono e a salutare i presenti al terzo momento – dopo gli incontri nelle scuole e la preghiera nelle chiese e nelle case, dell’iniziativa «Passi di pace – dalla paura alla fiducia». Sono in tanti e hanno riempito il salone della parrocchia di Cavarzano, a Belluno: i più giovani restano educati in piedi. La prima parola è però il silenzio: un lungo minuto di preghiera e di solidarietà con le vittime di tutte le guerre.

Viene declamato il brano biblico: il profeta Isaia, nel testo che la liturgia cattolica adopera per la festa del Battesimo di Gesù nel Giordano, che ricorre domani, immagina «l’umanità intera come fosse un solo individuo», come commenta il vescovo Renato che ha la parola subito dopo. «L’umanità è chiamata a mettersi al servizio di Dio, e come un solo uomo, tutti noi siamo quel servo, su cui scende lo Spirito di Dio». Il Vescovo fa riecheggiare le parole del profeta: «tutti siamo chiamati a portare il diritto, a non alzare il tono, a far uscire dalle tenebre e a donare la luce» e fa notare come questo processo si realizzi proprio per il fatto che «siamo di mille appartenenze» e «viviamo nella complessità»: «le semplificazioni delle complessità sono origine di guerre, perché, nel nome di una semplificazione o dell’altra, noi annientiamo il fratello. Siamo chiamati ad accettare la diversità». Conclude il Vescovo: «il nostro Dio è un Dio che dobbiamo ancora raggiungere».

Non ci sono luoghi sopraelevati da cui prendono la parola i relatori nel salone: il radiomicrofono passa di mano in mano con la spontaneità di un incontro familiare o di paese e ora lo prende Zaccaria Mohssine, l’imam della provincia di Belluno. Legge il tredicesimo versetto della Sura 49 del Corano: «O uomini, in verità Noi vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina e vi abbiamo fatti popoli e tribù affinché vi conosceste a vicenda». Ritorna nel suo commento il tema della diversità: «siamo qui come persone diverse per fede, cultura e storia, ma uniti da una stessa ferita, la guerra, e uniti da un’unica speranza, la pace». Ritorna sul silenzio che ha aperto l’incontro e dice di aver sentito in quei lunghi istanti «il silenzio dei bambini i cui giochi sono stati interrotti dalla violenza, delle madri che non hanno più voce per consolare le loro famiglie». Compone con acribia un ragionamento stringente: «senza pace non ci può essere conoscenza; senza conoscenza nasce la paura; dalla paura nasce l’odio». La sua preghiera «attraversa chiese e moschee» e ricorda papa Francesco, di cui verrà pure proclamato nel corso dell’incontro un incisivo Angelus: «la guerra chiama la guerra».

Viene prestata la voce al pastore Samuel Oliveira, della Chiesa battista di Belluno, assente per il prolungarsi di un impegno precedente: «Signore, che il Tuo amore prevalga sull’odio e sulla discordia. Possa Belluno essere un riflesso della tua luce, una città che cerca il tuo volto e segue i tuoi comandamenti». Si avvia il corteo con le candele accese: dopo un tramonto dai colori radiosi e cangianti, quasi da aurora boreale, questa sera Belluno è proprio un riflesso della luce di pace.

don Giuseppe Bratti

In marcia, passi di pace

Il tramonto suggestivo del sabato sembra custodire le voci e i silenzi della preghiera interreligiosa appena conclusa, consegnando alle numerose candele tra le mani dei camminatori un messaggio di speranza per una pace che vuole venire alla luce.

Il freddo pungente si fa compagno di strada, quasi a richiamare le condizioni termiche di tanti bambini e famiglie sotto le tende nei campi profughi e nei luoghi privati del calore della serenità.

I volti dei partecipanti al corteo, che si snoderà lungo le strade di Cavarzano, Cusighe, Nogarè fino a Baldenich, illuminati dalle fiaccole, riflettono i pensieri e le richieste silenziose che stanno maturando interiormente.

L’accensione delle candele era stata avviata dal vescovo Renato e dall’imam Zaccaria attingendo alla lanterna “luce della pace”, simbolo di fratellanza e pace tra i popoli del mondo, arrivata dalla grotta di Betlemme tramite gli Scout, che da diversi anni collaborano nel tempo dell’Avvento a distribuirla.

“La Chiesa di Belluno-Feltre vuole muovere passi di pace, vuole camminare con tutti e tutte coloro che credono nella pace, che la amano, che vogliono costruirla”. L’annuncio si fa riflessione, ascolto di testimoni, condivisione.

Ucraina, Striscia di Gaza, Yemen, Venezuela. “La guerra sembra tanto distante: noi non sentiamo lo scoppio delle bombe, le sirene, le ambulanze. Eppure, la guerra avvolge anche la nostra quotidianità di preoccupazione, di attesa, di fatica”. La guerra riguarda persone che amano, sognano, piangono, pregano, lavorano, studiano, camminano, giocano.

È una signora della comunità ucraina di Belluno a dare voce alla ferita quotidiana che la guerra produce e al forte desiderio di pace. Racconta della fuga allo scoppio della guerra nel 2022, dell’accoglienza dei bellunesi, dell’impegno per imparare l’italiano e trovare occupazione. Il lavoro che oggi può svolgere è sentito proprio come un modo per restituire il bene ricevuto.

Nei pressi del cimitero di Cusighe la lettura delle toccanti testimonianze degli “invisibili”, considerati da parte della società come “ostacoli, scarti, esseri inutili”. Sono proprio queste persone che vivono nella casa circondariale di Baldenich a dare un volto alla luce che illumina i passi di pace, attraverso i volontari che là prestano servizio. “La luce non è mai scontata” – si legge in una testimonianza – “nemmeno quella che serve per illuminare le nostre case o alimentare gli elettrodomestici”. La luce è una fiammella accesa, è speranza, voglia di ricominciare, rinascita fuori, è luce che ti riscalda il cuore. Luce sono gli affetti: “ la mia famiglia, che è anche il mio centro di gravità; le persone che hanno un posto importante nella mia vita”. Luce è coltivare l’attesa: “Ogni giorno ringrazio Dio del mio risveglio dal buio della notte alla luce del giorno e Lo prego di darmi l’energia per affrontare un altro giorno”.  C’è anche un percorso buio che grida silenziosamente il desiderio della luce: “Quando sono entrato in carcere, ho detto a mio figlio che avrei dovuto fare un percorso molto buio e finché sono qui ci può essere tutta la luce del mondo ma io sono sempre nel buio”

Mentre attraversiamo la statale si forma colonna d’auto nei due sensi di marcia. Qualcuno sussurra: sarà anche questa attesa del passaggio della lunga fila dei camminatori un motivo di curiosità e riflessione per chi è “costretto a fermarsi” …

All’arrivo all’Istituto Agosti, nel tepore che riscalda mani e piedi, la luce della candela viene spenta e cede il passo al segno di pace. Le parole ascoltate si traducono in gesto per sostenere l’impegno quotidiano a costruirla, a partire dalle nostre relazioni. Viene consegnato a ciascuno il messaggio biblico del profeta Isaia scritto su un’orma di cartoncino colorato, frutto del lavoro di varie realtà giovanili della nostra diocesi, persone con disabilità e di alcune famiglie: “come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace”. Piede affidato alla responsabilità di ciascuno, per un passo di quella pace che sa riparare, rammendare, restituire dignità.

La condivisione di un buon piatto di pasta ci parla di convivialità, di rispetto, di attenzione: “un gesto così quotidiano” – scrivono gli organizzatori – “che non tutti possono fare con la serenità con cui lo facciamo noi, diventa la profezia del mondo che vorremmo costruire.  Un mondo dove ogni passo è un passo verso l’altro, un passo di fiducia, un passo di pace”.

Il vescovo Renato prima del saluto finale ha richiamato la bellezza e la naturalezza del “camminare insieme” tra diversi, con l’unico sogno della pace e della convivenza che arricchisce.

Paola Barattin