Il racconto dell’Ascensione al cielo di Gesù, narrata nella prima lettura, si conclude con una frase che non è però oggi riportata: «Allora gli apostoli ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi» (At 1, 12). La patrizia romana Polimenia, nel 378, fece cominciare i lavori di una chiesetta in cima a questo monte e precisamente su una zolla di terra che – si diceva – recasse le orme dei piedi del Signore nel momento in cui lasciò il suolo verso il cielo. Con la dominazione islamica la chiesetta divenne una moschea. Sant’Ignazio di Loyola, nel suo desiderio che Gesù imprimesse nel suo cuore segni così profondi come erano quelli che aveva lasciato nel terreno fece l’imprudenza di corrompere i guardiani musulmani per potervi accedere. I francescani, custodi dei Luoghi Santi e incaricati di salvaguardare l’integrità fisica dei pellegrini, quando seppero di questa temerarietà da parte di Ignazio, decisero di punirlo costringendolo a tornare in Europa.
Nella seconda lettura si parla della “forza” che Dio ha manifestò in Cristo quando lo fece «sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione» (Ef 1, 20-21). Un’opera che esprime il potere del Risorto, il quale sale al cielo con una veste dorata e il gesto di un imperatore romano, è un mosaico della prima metà del VI secolo che si trova a Roma, nell’abside della basilica dei Santi Cosma e Damiano, sopra l’altare maggiore. Vi sono raffigurati anche san Pietro e san Paolo mentre indicano Cristo ai due titolari, i quali gli offrono corone simboleggianti il loro martirio. È significativo che proprio negli anni nei quali è stato realizzato il mosaico san Leone Magno abbia scritto che la fede dei cristiani era stata così rafforzata dall’Ascensione che «non riuscirono ad eliminarla con il loro spavento né le catene, né il carcere, né l’esilio, né la fame o il fuoco, né i morsi delle fiere, né i supplizi più raffinati escogitati dalla crudeltà dei persecutori» (Discorso sull’Ascensione, 1,4).
La collocazione del mosaico sopra l’altare suggerisce un’altra idea di Leone Magno. Non c’è bisogno di andare a Gerusalemme come farà sant’Ignazio ma, sebbene i cristiani con l’ascesa fisica di Cristo non lo vedano più materialmente, ormai «quello che era visibile nel nostro Redentore è passato nei riti sacramentali» e in particolare in ogni celebrazione eucaristica. Infatti, sempre secondo il pontefice, la nuova invisibilità di Gesù non rappresenta una perdita, ma un guadagno per i fedeli, perché «credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale, e fissare il desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo è forza di cuori veramente grandi e luce di anime salde». Ed è in fondo la stessa cosa che la seconda lettura di oggi auspica con la preghiera che «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui» (Ef 1,17).
L’immagine è tratta dal profilo facebook di Turismo Roma
