Una delle immagini principali della liturgia di questa domenica è quella del pastore. Già il Salmo responsoriale, il 22(23), ci ha invitato a ripetere più volte: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Anche il Vangelo presenta Gesù come «il pastore delle pecore (…) che cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10,4). Nella seconda lettura, san Pietro afferma: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (2Pt 2,25).
La statua più famosa – tanto da diventare, in forma stilizzata, il logo della Conferenza Episcopale Italiana – è quella di Cristo Buon Pastore, attualmente presso il Museo Pio Cristiano della Città del Vaticano. Si tratta di una scultura, alta circa un metro, realizzata tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C., in marmo bianco, da un anonimo scultore romano e proveniente dalle catacombe di San Callisto a Roma.
Essa si ispira alla parabola che si trova nel vangelo di San Luca: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,4-7).
A livello iconografico Gesù Cristo è raffigurato come un giovane pastore, imberbe, con i capelli fluenti in lunghi riccioli, rivestito di una tunica senza manica e con una sporta a tracolla, mentre porta un agnello sulle spalle.
Straordinariamente ricca è la lettura teologica di questa statua. Essa rappresenta il mistero dell’incarnazione di un Dio che ha scelto di abbassarsi, di “svuotarsi”, rinunciando «alla sua gloria per assumere la condizione umana», come ha detto san Paolo nella lettera ai Filippesi (2,6). Il volto giovane comunica il suo essere fuori del tempo e della vecchiaia nel mondo divino. La sua umanità è espressa in due modi. La prima, la più ovvia, nel fatto che presenta un corpo visibile, la seconda perché, secondo alcuni studiosi, i riccioli del suo capo sono identici a quelli del vello della pecora, e quasi si confondono in essi.
Il titolo della statua è quello del buon pastore. In realtà, se si va al testo originario greco, sarebbe più giusto parlare del bel pastore, colui che ha vissuto fino in fondo, sulla croce, la bellezza del suo amore infinito, diventando misteriosamente agnello per noi.
Ecco il suggestivo commento di un Padre della Chiesa: «Quella pecora non è affatto una pecora né quel pastore un pastore, ma significano altra cosa. Sono figure che contengono grandi realtà sacre. Ci ammoniscono, infatti, che non è giusto considerare gli uomini come dannati e senza speranza, e che non dobbiamo trascurare coloro che si trovano nei pericoli, né essere pigri nel portare loro il nostro aiuto, ma che è nostro dovere ricondurre sulla retta via coloro che si sono allontanati e si sono smarriti» (Asterio di Amasea, Omelia 13).
Immagine ricava da C. Bertelli, Storia dell’arte italiana, vol. 2, Mondadori, Milano 1990, 301.
