Con una “due giorni” rivolta agli under 35 si è virtualmente concluso il cammino delle 50ª Settimane Sociali dei cattolici in Italia. Un percorso che ha toccato il suo acme nel luglio 2024 a Trieste e che ha coinvolto centinaia di delegati tra laici e religiosi provenienti da tutte le diocesi italiane.
Sulle Settimane in sé resta ancora molto da dire. Dopo la pubblicazione degli atti, avvenuta nei mesi scorsi, è atteso dal Comitato un documento che sappia tracciare un bilancio delle giornate triestine e del loro lascito, delineando al contempo il sentiero verso la 51ª edizione.
Tirare una riga e fare i conti con un’esperienza così ricca impone anche a me un bilancio, spingendomi a interrogarmi su ciò che è stato e su quanto potrà ancora scaturire dal lavoro fatto insieme. La prima voce del mio personalissimo “libro mastro” è la gratitudine verso la Chiesa di Belluno-Feltre che ci ha delegati, scegliendo di condividere un percorso di riflessione e testimonianza attraverso i suoi canali di comunicazione e garantendomi, in questo, la massima libertà.
Tra gli aspetti più arricchenti di questo biennio figurano gli incontri fatti: dai più illustri — le relazioni di apertura e chiusura delle Settimane furono affidate al Presidente della Repubblica e a Papa Francesco — ai più fraterni, che hanno ricamato la trama di amicizie nuove, sincere e inattese che si sono costruite da un capo all’altro d’Italia, dal Veneto alla Sicilia.
Tutto questo non può che far pendere il bilancio in positivo, benché non tutto sia andato come previsto, a cominciare dal metodo di lavoro. Ci ha fatto discutere — letteralmente — ma è stato esso stesso oggetto di discussione, tanto per l’originalità quanto per la sua natura articolata e frammentata. Ma se oggi la tentazione potrebbe essere quella di “sottrarre” valore a queste Settimane anziché sommarlo, ci pensa l’attualità a rimettere in ordine gli addendi.
Viviamo una stagione in cui aumenta la distanza tra ciò che vogliamo, ciò che avremmo dovuto fare e ciò che saremo chiamati a compiere. Di fronte alle insidie odierne, la scelta del Comitato di dedicare l’evento conclusivo di Roma alla “Pace disarmata e disarmante” è stata dirompente.
«La globalizzazione dell’indifferenza, che Papa Francesco denunciò a Lampedusa — scriveva lo scorso settembre Papa Leone XIV — sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza». Ci sentiamo impotenti di fronte ai latrati di un mondo dove chi detiene il potere sembra aver smarrito il senno, vivendo nel terrore del silenzio e riempiendolo di parole tanto vuote quanto violente. Quella «menzogna che la storia sia sempre andata così», a cui faceva riferimento ancora Papa Leone XIV, ci costringe a rispondere con decisione: all’indifferenza opponiamo l’incontro, all’impotenza la riconciliazione. Un programma ambizioso, certo.
Per chi è abituato alla montagna, la sensazione è nota: quando il sentiero si inerpica lungo l’erta, la tentazione è quella di fermarsi, tornare indietro o scegliere scorciatoie più amichevoli. È una lusinga pericolosa perché i panorami più belli non si godono dal piano e la ricompensa per la fatica è superiore al sollievo di chi vi volta le spalle. Sta a noi assumerci le nostre responsabilità e fare un passo avanti, affinché da questa esperienza germogli parte di quella speranza il cui seme è stato deposto durante il Giubileo.
L’incontro di Roma è stato molto più di un esercizio, è suonato come un richiamo a darci da fare nel quotidiano, senza paura. La prima sfida a cui siamo chiamati è sconfiggere il senso di solitudine, non cadere vittima di quel divide et impera che, nella follia di queste settimane, sembra l’unica strategia di chi non ne ha mai avuta alcuna. Non siamo soli ma siamo parte di qualcosa di grande, di giusto e di eternamente attuale.
Dobbiamo tenerlo a mente, soprattutto quando, come a Trieste, siamo chiamati alla partecipazione. Partecipare non è un’azione neutrale, specie se declinata nella vita della nostra comunità. Non è sinonimo di votare e neppure di delegare, tantomeno è l’alibi per accettare pedissequamente il qualunquismo, la seduzione della retorica più vuota o quei piccoli e grandi mandarinati che spesso opprimono i nostri paesi. Partecipare è “prendere parte” alle decisioni: non tirarsi indietro dall’esercitare un potere che sarà disarmato e disarmante, ma non sarà mai indifferente, ignavo e inerme.
Gianluca Salmaso
