Continuando il discorso di domenica scorsa oggi il Vangelo presenta ancora un racconto legato all’agricoltura e alla seminagione, paragonando il regno dei cieli a un campo seminato di buon grano ma anche di zizzania. Si tratta di una parabola complessa, al punto che gli stessi discepoli chiedono in privato a Gesù: «Spiegaci la parabola della zizzania del campo» (Mt 13,36). La spiegazione è di un’estrema chiarezza, che non lascia spazi di dubbio: «Colui che ha seminato il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo» (Mt 13,37-39a). «La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo» (Mt 13, 38b-40).
Nel suo dipinto Il seminatore di zizzania, Domenico Fetti, tra il 1618-1622, ha raffigurato questa scena in un’opera che attualmente è esposta alla Norodni Galerie di Praga. Raffigura il campo, dove già un uomo aveva seminato del buon seme, nel momento in cui, «mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano, e se ne andò» (Mt 13,25).
Per capire la grande importanza che ha qui il paesaggio può essere utile rifarsi a quella che era stata una delle grandi lezioni di Tiziano Vecellio e che è stata evidenziata dalla Mostra che si è aperta venerdì 17 luglio 2026 per tutta l’estate a Pieve di Cadore, dal titolo: “Tiziano e il paesaggio”. Per il grande artista cadorino il paesaggio è fondamentale e non è più solo uno sfondo, ma una presenza viva che dialoga con l’uomo e con la storia.
Sembra seguire alla lettera questa sua indicazione anche Domenico Fetti, che ha evidenziato in primo piano alcuni grandi alberi, fortemente piegati da un vento impetuoso, i quali diventano quasi l’eco esterna di un male profondo che ha radici invisibili nell’animo del seminatore di zizzania.
In attesa del rendiconto alla fine dei tempi, due possono essere le interpretazioni della parabola. La prima è ecclesiale-pastorale. Bisogna bandire subito i «figli del maligno»? La prima lettura suggerisce le ragioni del deciso no: «Tu Padrone della forza, giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi» (Sap 12,18-19). Scrive Thimoty Verdon: «Nel contesto della odierna liturgia della parola, queste parole suggeriscono pazienza con chi, nel “campo” della comunità, potesse sembrare “zizzania”: pazienza in vista di una possibile conversione del peccatore – pazienza che è anche la” dolce speranza” che Dio possa concedere “dopo i peccati la possibilità del pentirsi».
Oltre a una interpretazione ecclesiale vi è anche una legittima lettura personale. In ciascuno di noi c’è una lotta tra il bene e il male. Una delle pagine più belle del Diario di Anna Franck afferma: «Non so cosa mi capita. Non riesco proprio a capirmi. Sembra che ci siano in me due Anne. C’è l’Anna buona e l’Anna cattiva. Io vorrei che ci fosse continuamente la prima, ma non sempre ci riesco».
Questa compresenza di seme buono e di zizzania difficile da estirpare è caratteristica anche dei cristiani e ci fa capire come bisogni assolutamente credere a quanto san Paolo afferma nella seconda lettura: che cioè «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili: e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondi i disegni di Dio» (Rm 8,26-27).
Diventa allora più che opportuna, sia nel “campo” della Chiesa che in quello più ristretto del cuore individuale, la preghiera che l’odierna liturgia propone come colletta alternativa per l’anno A: «Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi a tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno».
Immagine tratta da T. Verdon, La bellezza della Parola, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2007, p. 244.
