«La compassione cristiana si è manifestata in modo peculiare nella cura dei malati e dei sofferenti. Sulla base dei segni presenti nel ministero pubblico di Gesù… la Chiesa comprende che la cura dei malati, nei quali riconosce prontamente il Signore crocifisso, è una parte importante della sua missione. La tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente a un’opera di filantropia, ma è un’azione ecclesiale attraverso la quale, nei malati, i membri della Chiesa ‘‘toccano la carne sofferente di Cristo’’».
Così papa Leone, nell’Esortazione apostolica Dilexit te (n. 49), ha fatto riferimento alla compassione e alla vicinanza agli ammalati e ai sofferenti come autentica azione ecclesiale. Una dimensione nella quale le nostre comunità possono rendere presente, attraverso la collaborazione tra differenti ministeri, la cura amorevole della Chiesa per chi è più fragile. Tra le esperienze di collaborazione già avviate nella nostra diocesi, ci offrono la loro testimonianza le comunità di Sospirolo, Gron, Mas-Peron attraverso le parole di Paola Garbin e Mirella Panigas.
«Apparteniamo a un gruppetto che ha a cuore la cura degli anziani. Siamo quasi tutte ministri straordinari della comunione provenienti da tutte e tre le parrocchie sorelle. Seguiamo circa un centinaio di persone, quasi tutte conosciute con il passa parola. La prima volta che facciamo una visita, andiamo sempre insieme a don Luciano Todesco o don Alvise Costa; anche da quelle persone che loro stessi non conoscono. In questo modo il nostro servizio è più ufficiale e le persone si fidano. Non solo, questo permette al nostro servizio di essere svolto a nome delle comunità: infatti, attraverso di noi, è la comunità che entra nelle case. Oltre a questo primo momento, i ‘‘don’’ vengono con noi quando possono e questo ha tutto il suo valore perché le persone chiedono di essere confessate, la benedizione della casa, l’unzione degli infermi. Ogni venerdì mattina ci troviamo, ci dividiamo i compiti e andiamo a due a due. Se avessimo guardato all’efficienza, la scelta migliore sarebbe stata andare singolarmente dalle persone. Ma abbiamo scelto questo metodo comunitario perché più evangelico. In due mesi circa, tutte le persone ricevono la nostra visita. Andiamo da tutti indistintamente, credenti e non credenti. Il nostro stile è quello di entrare nelle case in punta di piedi. Questo per noi significa essere attente al contesto che ci troviamo davanti, alla situazione della persona in quel momento, perché qualcuna potrebbe non essere disponibile alla visita.
Se capita, non forziamo l’incontro, torneremo un’altra volta! Quando veniamo accolte, ci informiamo della loro salute, li ascoltiamo in amicizia, chiacchieriamo e, dove è possibile, scherziamo e ridiamo; con la maggior parte condividiamo anche momenti di preghiera coinvolgendo familiari e badanti; se qualcuno lo desidera portiamo la comunione. Alcune persone sono state molto attive in parrocchia, allora portiamo il foglietto degli avvisi e raccontiamo le iniziative che si svolgono, in modo da renderli ancora partecipi della vita della comunità. Siamo consapevoli della nostra piccolezza, non ci illudiamo di risolvere i problemi, ma tentiamo di portare conforto e vicinanza: con la parola dove si può, ma soprattutto con i gesti (toccare la mano, abbraccio…), accompagnando le persone nel loro percorso, a volte molto pesante. In questo servizio sentiamo che ci è chiesto di dire in modo disponibile “sì” a Gesù, poi è lui che fa il resto. È Gesù la nostra speranza e, attraverso di noi, può diventare Speranza anche per i nostri anziani e ammalati. Tra noi del gruppo è nata una bella amicizia. Nel pomeriggio del venerdì ci sentiamo e ci raccontiamo come è andata la mattinata di visita. C’è sempre grande entusiasmo tra noi e soprattutto molta gioia e gratitudine perché questo piccolo servizio rende la nostra vita più bella».
sorella Miriam Lessio
Immagine generata con AI
