A cura di don Giorgio Lise (3ª domenica del tempo ordinario - anno A)

L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo

Non si può amare ciò che non si conosce

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1. Si chiude oggi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Sappiamo tutti quanto sia importante riflettere e pregare perché tutti siano una cosa sola, come chiese Gesù al Padre prima della passione. Ce lo fa capire oggi anche San Paolo quando dice: «vi esorto, fratelli, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire». Parole che, peraltro, si applicano bene anche al nostro cammino sinodale. Purtroppo tante cose ci dividono ancora dai nostri fratelli di altre confessioni cristiane, ma anche tante ci uniscono. E il primo, fondamentale elemento di unità tra i cristiani è la venerazione per la Sacra Scrittura.

2. Celebriamo, in questa giornata, la Domenica della Parola di Dio voluta da papa Francesco nel 2019 per impegnarci a conoscerla un po’ di più e un po’ meglio; o, con le parole del documento conciliare Dei Verbum, per imparare a essere sempre «in religioso ascolto della Parola di Dio e proclamarla con ferma fiducia».

Una Parola che sostanzialmente ci presenta Gesù: Gesù promesso (libri dell’Antico Testamento), Gesù presente (i Vangeli), Gesù vivente nella sua Chiesa (Atti, le Lettere pastorali), Gesù Giudice glorioso (l’Apocalisse). Tutta la Scrittura ci parla di Gesù, anzi è Lui stesso che parla nella Parola che ascoltiamo.

Allora, conoscendo la Scrittura noi conosciamo Gesù. Scriveva già San Girolamo: «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». Si capisce così l’importanza di conoscere la Bibbia: ci aiuta ad amare il Signore, perché non si può amare ciò che non si conosce.

3. Il brano evangelico odierno ci presenta un Gesù itinerante, sempre in movimento; una specie di nomade, un “senza dimora” come dirà Lui stesso: «il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Ebbene, questo Gesù, che percorre «tutta la Galilea», anzitutto invita alla conversione.

E ce ne dà la motivazione: perché – dice – «il regno di Dio è vicino». Ma potremmo anche dire che il regno di Dio è vicino perché (o se) noi ci convertiamo. Ed è da questa parola che prende avvio l’insegnamento pubblico di Gesù perché proprio dall’esperienza della conversione, parte ogni serio impegno religioso; e con la conversione noi accogliamo la presenza del Signore nel nostro cuore cambiato e riempito dalla luce, dalla verità, dall’amore di Dio.

E intendiamoci: conversione non significa fare qualche sacrificio in più, o impegnarsi genericamente ad essere più buoni, o scegliere di fare qualche rinuncia o qualche “fioretto”; convertirsi davvero – ed è prima di tutto un dono da chiedere nella preghiera – significa staccarsi da ciò che nel nostro comportamento e nella nostra personalità non è conforme alla volontà del Signore, per aderire a Lui, scelto come nostro unico punto di riferimento, unico modello di uomo che vale sempre e per tutti.

In secondo luogo Gesù vede e chiama. Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni si sentono “guardàti” e “chiamati”, e non possono resistere, lasciano tutto e si mettono in cammino con il Maestro. E lo fanno subito, “senza se e senza ma” diremmo noi oggi.  Ecco: i primi discepoli “abbandonate le reti lo seguirono”. Potremmo dire: si sono convertiti, hanno cambiato i loro progetti di vita e hanno intrapreso un cammino nuovo, che mai avrebbero immaginato di compiere.

Allora, affido a tutti una domanda: noi, discepoli di Gesù del terzo millennio cristiano, eviteremo il suo sguardo e faremo orecchi da mercante, o ci metteremo in viaggio accogliendo il suo invito e consegnandoci fiduciosamente ai suoi progetti, senza tentennamenti e senza ripensamenti?

Immagine generata con A.I. Gemini