Così, nell’introduzione ad un testo prezioso di don Luigi Serenthà (sacerdote ambrosiano morto a 48 anni nel 1986), si legge nelle parole di don Severino Pagani:
Nel suo passaggio in mezzo a noi ci ha insegnato a camminare con gioia incontro al Signore, che era il segreto della sua vita, fin da bambino. Per camminare sereni non bisogna dimenticare la necessità di vivere in ogni frammento del quotidiano la ricchezza della totalità, sapendo custodire ciò che ci è stato dato di più prezioso; quando nella vita le cose si fanno complesse, di fronte alla tentazione di procedere a agguerriti, don Luigi era solito la lasciar cadere tutte le difese e le preoccupazioni, per camminare disarmato in tutta la sua autenticità di uomo e di cristiano. Così, povero ed efficace, alimentava dentro di noi i desideri più veri, quelli che vengono dall’alto, nell’umiltà del cuore, proprio come chi sapeva interrogarsi sempre da capo sulla verità del proprio rapporto con il signore Gesù.
(L. Serenthà, Passi verso la fede, Centro Ambrosiano, Milano 2006, pp.18-19)
È la fatica condivisa da ogni uomo e donna dentro le trame della vita e il cammino della fede, là dove proprio le fatiche rendono possibile il dischiudersi della strada che alimenta i desideri più veri, quelli che vengono dall’alto, nell’umiltà del cuore.
E così urge il coraggio, nel cuore della vita e nella fede, di una domanda che non ti lascia nell’indifferenza che tutto spegne: ed io che cosa sto cercando dentro lo scorrere dei miei giorni; e questo Dio, nel quale dico di credere e del quale riconosco di potermi fidare, che cosa mi sta dicendo?
Eppure, la fatica si fa sentire.
La Parola di questa domenica ci mette di fronte alla vita e al proprio cammino di fede.
La Prima lettura, le parole del profeta Isaia
Come per don Luigi “quando nella vita le cose si fanno complesse”, ecco giungere la parola che provoca: Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino (Is. 55, 6).
La provocazione delle parole del profeta non lascia indifferenti, nel comprendere quanto proprio dentro la complessità della vita e il dramma dell’esistenza, resti il coraggio, che si fa umiltà, di non smettere di cercare il senso di ciò che si vive e di riconoscere quanto, in realtà, Dio non sia così lontano come pensi (Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino).
E non vuol dire ridurre la propria fede in una relazione che risolva e renda tutto così facile da rinunciare alla vita stessa, nell’appello alle nostre quotidiane fatiche. Come se la fiducia nel Padre eterno sia la soluzione di ogni enigma, e la pietra filosofale che salva da ogni dubbio.
Ed è proprio Isaia a ricordarlo con chiarezza e senza edulcorare la realtà.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is. 55, 8-9).
È la fatica della fede, là dove anche il complicarsi delle cose, ti ricorda che la realtà non è mai come credi, ti immagini o ti aspetti, e solo perché ti illudi che solo ciò che desideri e che vuoi siano senza discutere la verità e il bene, senza che alcun dubbio scalfisca la presunzione di avere, sempre e comunque, ragione.
E il realismo di San Paolo, nelle parole della Seconda lettura, danno il quadro della realtà: Per me infatti il vivere è Cristo (Fil. 1, 21).
Parole pronunciate nel dramma che Paolo vive della prigionia. Là dove, di fronte alla sofferenza, alla fatica e alle domande che non possono tacere, l’Apostolo non si stanca di riconoscere che il suo vivere è Cristo, in ciò che gli sta chiedendo di vivere, anche se umanamente fa paura e, diciamolo anche, non è proprio ciò che desiderasse con tutto il cuore.
Ed è così che Isaia e Paolo danno una luce alla nostra quotidiana esistenza, nella certezza di una verità che nel Vangelo di questa domenica trova compimento.
Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. […] Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati […] Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì […] (Mt. 20, 1.3.5-6).
E proprio quando Dio ti sembra lontano, quando le cose si fanno complesse, o hai perso la voglia, proprio Lui “esce” per cercarti. Può essere all’alba, nelle forze ancora buone della mattina, nel sole di mezzogiorno, o nella sera che accusa la stanchezza, eppure il Padre, Lui il Dio d’amore, nel volto cercato di Gesù, giunge, a volte anche inaspettato.
E forse, alla fine, serve solo lasciarsi incontrare da Lui, senza la pretesa di vivere secondo quanto ti aspetti da Dio, e ritenere tu ciò che è giusto o sbagliato, come nell’insoddisfazione degli operai della prima ora.
E alla fine, sono ancora le parole in ricordo don Luigi Serenthà, a dare luce alla verità della vita.
Mentre il rischio dell’uomo davanti a Dio è quello di chiudersi e di arroccarsi nella propria individuale solitudine, don Luigi ci ha insegnato ad amare Gesù, compagno dei nostri giorni e meta delle nostre attese. Lui per primo lo ha amato e negli ultimi giorni di questa sua vita terrena, rileggendo la sua storia, ci ha lasciato la più sconcertante consolante domanda: «che cosa sarei stato io, o Signore, senza di Te? E ora che cosa sarei?». Nella operosa e forse eccessiva attività dei nostri giorni, la memoria di don Luigi ci aiuti a sostenere questa domanda.
(L. Serenthà, Passi verso la fede, Centro Ambrosiano, Milano 2006, p. 22)
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