Dio vuole incondizionatamente che la sua creazione alla fine sia buona, ma deve permettere il male morale.
(H. Tetens, Pensare Dio. Saggio di teologia razionale, Morcelliana, Brescia 2017, p. 97)
È quel “deve permettere il male morale” che desta la domanda, e persuade infine che Dio in fondo il male lo voglia. Eppure non è uno schiaffo all’onnipotenza divina, ma quasi con semplicità la constatazione che anche di fronte a Dio, l’uomo resta pur sempre affidato alla propria libertà.
Sì, l’uomo è e rimane sempre libero. Nel rapporto quotidiano con la realtà che siamo chiamati a vivere, nell’impatto drammatico della volontà con l’umana trama dei giorni, ci accorgiamo quanto siamo ad ogni istante “sospesi” in equilibrio tra il bene e il male.
E per quanto non sia una citazione prettamente evangelica, ma di sano realismo, già lo ricorda Vasco Rossi quando scrive: perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia (Sally, 1997).
Forse abbiamo bisogno di schiudere il senso di questa nostra vita, spesso sospesa tra il bene e il male, in equilibrio tra ciò che è giusto e sbagliato, il più delle volte vissuta tra facili entusiasmi e inaspettate freddezze, slanci che alimentano i sogni e pigrizie che li spengono.
E qui giunge, quasi inaspettata, la Parola di questa domenica.
La Prima lettura, le parole di Ezechiele.
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso (Ez. 18, 26).
Nella quotidiana vita dello scorrere dei giorni nessuno è al riparo sicuro dalle proprie cadute, dagli sbagli e dalle ferite che il male fatto o subìto provocano, anche là dove le intenzioni anche più buone ci ricordano che, ad ogni buon conto, il cuore dell’uomo è a immagine di Dio e disposto al bene. Anche il giusto, ci ricorda il Profeta, può commettere il male.
E d’altra parte, può accadere anche il contrario:
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso (Ez. 18, 27).
Anche chi è prigioniero di una vita “sbagliata”, là dove un cuore avverte la fatica di vivere e di amare, una strada è possibile, uno sguardo diverso non è un’illusione che arrende al senso di impotenza e condanna alla rassegnazione.
Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà (Ez. 18, 28).
Ed è in questa parola – ha riflettuto –il criterio che allenta la morsa del male e rinvigorisce il bene in actu exercito.
Passo dal male al bene, da ciò che è sbagliato a ciò che è giusto, dalla falsità alla verità, quando dall’“istinto”, dall’emozione del momento, cedo alla ragione lo sguardo sulla realtà e su me stesso.
Ed è il coraggio anche di dire a se stessi, di fronte all’evidenza delle proprie responsabilità: ed io cosa vedo di me stesso?
E allora si apre un orizzonte di vita possibile, secondo le parole che San Paolo rivolge ai cristiani di Filippi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri (Fil. 2, 3-4).
C’è una libertà, giocata nel rapporto all’altro nel segno della rivalità e della vanagloria, dove l’altro è sempre un inciampo all’imporsi della mia volontà cieca, e mossa dall’ambizione che muove ogni mia scelta.
Eppure, la voce di S.Paolo ci riporta alla misura delle cose, secondo il cuore di Dio: ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso.
È sempre l’altro, nella relazione al “tu” che mi provoca a conoscermi realmente, a capire chi sono, dentro il vissuto di una relazione nella verità e nella giustizia degli affetti.
E per fare questo, trovare la forza di una vita buona, le parole di Gesù che ci raggiungono dal Vangelo aprono la strada, a pensare ciò che è vero e fare ciò che è giusto.
Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo” (Mt. 21, 28-31).
In fondo, tutto dipende da quale figlio voglio essere.
Se vivere il coraggio, là dove sei messo in discussione, di fare dei passi che aprono gli occhi su se stessi, negli affetti, nel lavoro e nel riposo, e non rimanere infine prigioniero della rassegnazione che spegne la vita e toglie respiro ai desideri. O se cedere ogni volta agli entusiasmi del momento, alle passioni che bruciano nel tempo di un frammento, e spesso confondono la verità, la bontà e la bellezza.
E rimani sempre libero, di scegliere quale vita vivere, sospesi in un equilibrio, dove alla fine dipende da te.
E chiedersi: ma io che cosa desidero, davvero, per me e dalla mia vita?
E la risposta può venire dal cuore, lì dove solo Dio arriva.
