Siamo sale e luce: è la nostra identità, la nostra dignità. Lo siamo tutti in maniera germinale, ma lo siamo. E lo siamo, nonostante tutto! Per pura grazia. Non un vanto, ma una responsabilità.
1. Sale e luce, ovvero il dovere della testimonianza. C’è una dimensione ecclesiale (ma anche semplicemente “sociale”)” molto bella nelle due parabole del vangelo di questa domenica: il discepolo non è chiamato a vivere l’esperienza cristiana per sé solo, chiuso nel suo gruppo, tra coloro che condividono lo stesso linguaggio e le stesse esperienze. Il cristiano, il discepolo è sale, è luce per tutti. E lo è normalmente, senza la preoccupazione di doverlo essere. Anzi, lo è anche a prescindere da quelli che saranno i risultati del suo essere sale e luce: sia che gli uomini rendano gloria a Dio, sia che non rendano gloria a Dio.
Il sale non si mangia a parte, ma si scioglie nelle vivande. Allo stesso modo noi cristiani non dobbiamo accarezzare il sogno di metterci per nostro conto, pretendendo quasi di abitare un mondo tutto per noi. È normale e giusto che nei nostri paesi, nelle nostre città, negli ambienti di lavoro, in generale nella società, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti si trovino insieme. Di conseguenza il cristiano è chiamato a testimoniare il suo essere sale, senza chiusure agli altri e senza fanatiche intransigenze, evitando però anche di diventare sale insipido «che a null’altro serve che a essere gettato via».
La luce di una città è ben visibile di lontano. Il nostro vivere da cristiani nel mondo può rendere più vivibile il mondo stesso. Il nostro essere inseriti nella società testimoniando il Vangelo, la vivifica e la rende più abitabile e luminosa, nella certezza che il nostro essere luce ha la sua fonte inesauribile in Gesù, la luce vera che illumina ogni uomo. E non acceca!
Dunque, siamo chiamati a illuminare il mondo in cui viviamo senza arroganza, senza trionfalismi, senza ostentazione; potremmo dire: con la stessa tranquillità della luce che non fa violenza a nessuno, ma tutti affascina e persuade, svelando a ciascuno la verità delle cose, come accade quando in una stanza buia si accende la luce.
2. Tra una decina di giorni inizierà il cammino della Quaresima. Le celebrazioni, l’ascolto approfondito della Parola di Dio, le iniziative di carità, i piccoli segni di rinuncia e penitenza che sceglieremo, ci aiuteranno a rendere più intenso il nostro cammino di fede. Ma se non andiamo alla sostanza dell’impegno quaresimale, rischiamo davvero di essere lo stesso insipidi e spenti. E di questo cammino, il profeta Isaia ci indica la direzione giusta: «Questo è il digiuno che voglio: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri e senza tetto, vestire chi è nudo, non trascurare i parenti; togliere di mezzo l’oppressione, il puntare il dito, il parlare empio». Ecco la strada per dare sapore e infondere luce, per essere davvero «sale della terra e luce del mondo»: la carità, cartina di tornasole della fede.
Cari amici, il Signore ci insegni a non tradire la nostra identità e dignità. Egli ci dia la forza di non perdere mai il suo “sapore” e la sua “luce”, magari nell’illusione che questo ci consenta di essere più facilmente accolti e capiti dal mondo. Ci condurrebbe piuttosto ad essere “calpestati” dagli uomini i quali, di un cristianesimo assimilato alla mentalità del mondo, non saprebbero davvero che cosa fare. Pensiamoci.
