A cura di don Giacomo Mazzorana (19ª domenica del tempo ordinario - anno A)

Sono io, non abbiate paura

Papa Luciani: «Tenendo la nostra mano in quella di Cristo»

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Anche nel vangelo di questa domenica vediamo Gesù che cerca la solitudine: «Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù» (Mt 14, 23). Questo desiderio di solitudine è una scelta umanissima, dovuta forse all’annuncio che aveva appena avuto della morte dell’amico e suo precursore Giovanni il Battista e, probabilmente, era anche un prepararsi, in dialogo col Padre, ad affrontare la stessa sorte.

Sul fare della notte egli ritorna verso i suoi discepoli. Si tratta di un episodio drammatico che Tintoretto ha raffigurato in una tela del 1591, ora alla National Gallery of Art di Washington. Gesù appare ai discepoli che attraversavano il lago ed appare loro quando «la barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro» (Mt 14,24). Era dunque quasi l’alba, dopo ore trascorse in una preghiera che ha portato nel suo cuore una calma che gli permette di affrontare quel mare in tempesta, forse il simbolo di quel mondo ostile al suo messaggio d’amore. Tintoretto mette in forte risalto la sua figura, diritta e sicura rispetto alla mobilità delle acque. Sul suo capo, oltre all’aureola divina, vi è una intensa luce che evoca l’illuminazione interiore che lo sospinge.

Per gli apostoli Gesù è invece un fantasma che li rende turbati ma che però li rassicura dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» (Mt 14,27). Sono le parole che ricordano quelle che Jawhé, nel roveto ardente, aveva rivolto a Mosè rivelandogli la sua identità divina.

Pietro si incammina verso di lui ma poi, preso dalla paura, comincia ad affondare. Gesù lo prende per mano dicendogli: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,30-31).

Ecco come ha commentato questo episodio Papa Luciani nel primo radiomessaggio al mondo nel mese di settembre del 1978:

«Abbiamo ancora l’animo accasciato dal pensiero del tremendo ministero al quale siamo stati scelti: come Pietro ci pare di aver posto il piede sull’acqua infida e scossi dal vento impetuoso, abbiamo gridato con lui verso il Signore: “Domine, salvum me fac”(Mt 14,30). Ma abbiamo anche sentito rivolta a Noi la voce, incoraggiante e al tempo stesso amabilmente esortatrice del Cristo: “Modicae fidei, quare dubitasti?” (Mt 14,31). Se le umane forze, da sole, non possono essere adeguate a tanto peso, l’aiuto di Dio Onnipotente, che guida la sua Chiesa attraverso i secoli in mezzo a tante contraddizioni e contrarietà, non mancherà certo neanche a Noi, umile ed ultimo servus servorum Dei. Tenendo la nostra mano in quella di Cristo, appoggiandoci a Lui, siamo saliti anche Noi al timone di questa nave, che è la Chiesa: essa è stabile e sicura, pur in mezzo alle tempeste, perché ha con sé la presenza confortatrice e dominatrice del Figlio di Dio».

Immagine tratta da T. Verdon, La bellezza nella Parola, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, 259.