Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c’è il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo dopo una corsa,
l’ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa…che chiami…vita…(F. Guccini, Lettera, in D’amore, di morte e altre sciocchezze, 1996)
Dentro l’affanno dei nostri giorni, nel ritmo serrato delle agende, nello scivolarsi accanto di una metropolitana o degli autobus gonfi di sonni arretrati del mattino, sfiora sempre il sospetto che forse la vita sia uno scorrere senza scopo, dove ognuno alla fine riempie il proprio spazio nel mondo, nella memoria che un giorno tutto perderà. E avvertire la sensazione quasi incombente del tempo che passa.
Eppure, ad uno sguardo più attento, non rassegnato, quasi dal sapore di una consolante filosofia, tutto questo può aiutarci a capire qualcosa di importante della nostra stessa vita.
Ed è proprio la Parola di questa domenica che invita a percorrerne la via.
La Prima Lettura, le parole del profeta Isaia. Due passaggi nel racconto e nel cantico d’amore della vigna.
Qui è l’immagine del rapporto di Dio con Israele.
Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. (Is. 5,2).
C’è un senso di cura, di qualcosa di prezioso che sta a cuore. E quella vigna sono anche io, in quello stare a cuore a Dio, che racconta di quanto spesso si dimentichi il nostro essere preziosi agli occhi proprio di Dio.
E qui, nel vedere così la mia vita, riconosco il mio essere da sempre desiderato, voluto al mondo e prima di tutto da un Dio che è Padre. Essere al mondo perché amati, anche quando un figlio è lasciato, abbandonato o non voluto da chi gli ha dato la vita.
Nessuna vita – nessuna – è mai frutto di un “calcolo sbagliato”, di un errore e di un “incidente di percorso”, perché anche se un padre o una madre se ne andassero, ogni vita è preziosa e voluta, desiderata da Dio.
E allora, anche quando vivere fa paura, quando vedi i figli diventare grandi e afferrare la loro vita, quando ti guardi allo specchio e non hai più 20 anni, è la forza di comprendere con la ragione e il cuore che ogni vita è un dono di Dio, e trovarne il senso, perché ti accorgi che proprio tu sei un dono – Dio mi ha voluto – e nello stesso tempo io sono un dono per qualcuno, per chi fa parte della mia vita, perché chi vi è entrato nell’esperienza di un amore, di un’amicizia vera, è sempre un dono, mai di troppo, o peggio sbagliato.
Ma un altro passaggio di Isaia che apre gli occhi.
Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? (Is. 5,3)
Quasi paradossale un Dio deluso, nel domandarsi, come in una umana ingenuità, il perché, nonostante la cura avuta per la vigna, il frutto siano solo acini acerbi.
Ed è un messaggio per me, se quella vigna sono anche io. È il domandarsi dove si è sbagliato, forse nella facilità troppo accomodante del dare sempre la colpa agli “altri”, alla “società”, e sempre della serie che “non ci sono più i giovani di una volta” e i valori di un tempo, e se vogliamo dirla tutta, nemmeno più i preti di una volta.
Ma nell’essere io vigna, Isaia aiuta a spostare lo sguardo dagli altri a me stesso.
E allora la domanda posso farmela: ma come ho vissuto la mia vita? E come la sto vivendo ora. Invece di sentire che la mia vita sa di poco, come un acino acerbo, cosa faccio io per avere il diritto – non la pretesa – di essere felice?
E infine il Profeta suggerisce la risposta, il motivo per cui non sempre siamo contenti della vita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. (Is. 5,7).
Insomma, non sempre facciamo esperienza di un bene che tanto vorremmo sentire, e ancora di più fare.
E perché?
La risposta ci raggiunge dalla Seconda Lettura, San Paolo ai Filippesi: «[…] non angustiatevi per nulla» (Fil. 4,6).
È l’ansia che prende quando a qualsiasi cosa e per qualsiasi cosa diamo un peso, un’importanza eccessiva e viviamo male. Quando certe situazioni ti sembrano questione di vita o di morte e finiscono per pesare troppo, con il risultato che alla fine ti rovini la serenità di vivere e fai di tutto perché anche quella degli altri sia solo un sogno impossibile. Brutta cosa la gelosia.
E invece San Paolo ci riporta a ciò che ha valore, dove condurre i pensieri e il cuore: quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri (Fil. 5,8).
Ma perché, al contrario della saggezza di queste parole, ci complichiamo a volte la vita?
E qui arriva il Vangelo, la parabola dei contadini che fanno del male ai servi mandati per il raccolto.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!” (Mt. 21,34-38).
È quell’invidia, le gelosie che muovono sempre al male, che ognuno di noi può fare.
Eppure arrivano le parole di Gesù che ci aprono gli occhi: E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?» (Mt. 21,42).
È in quel criterio che sembra oggi “contro corrente”, nell’essere pietre scartate – quello che non vive di rancore, di rabbia, di invidie – in questo modo di vivere con più semplicità, che alla fine vedi quell’umanità che sola mi dà la possibilità di essere felice davvero, e di intuire, in fondo, che la vita non è uno scorrere senza scopo.
