Occhi azzurri e un’altezza da giocatore di basket, Thomas Dal Molin di Santa Giustina, studente di filosofia e lavoratore, commenta all’uscita dalla Basilica del Santo: «Questo pellegrinaggio unisce davvero le persone e la nutrita partecipazione dice di uno slancio spirituale che fa bene». Sottolinea quindi la presenza di diversi giovani all’appuntamento annuale della Tredicina: la testimonianza reciproca di fede tra giovani e anziani è un dono da considerare.
Da ogni valle della nostra terra lunedì 1° giugno è partito un pullman, come da tradizione ormai consolidata, ma il vescovo Renato stavolta è arrivato “a Messa finita”, causa un problema con l’auto coinvolta nel forte temporale del pomeriggio. Monsignor Marangoni si è intrattenuto affabilmente ascoltando le risonanze dei fedeli, dopo la foto di rito sul piazzale antistante la Basilica giubilare.
Guida del pellegrino alla mano, contenente salmi, letture bibliche e la Tredicina, “nutrimento” che accompagna la preparazione alla grande festa del 13 giugno, una decina di preti bellunesi hanno concelebrato nel tardo pomeriggio la santa Messa, presieduta da padre Antonio Ramina, rettore della Basilica. Accanto al celebrante don Angelo Balcon, parroco della Concattedrale di Feltre, e don Fabiano Del Favero, responsabile dei pellegrinaggi diocesani, che ha ringraziato la comunità francescana del Santuario per l’accoglienza e l’animazione liturgica.
Tre le sottolineature a commento della Parola di Dio offerte da padre Ramina: il raccolto abbondante di cui narra Gesù nel Vangelo ci chiede di cogliere i segni di bene e di luce intorno a noi, allargando lo sguardo alla speranza e rinunciando ad atteggiamenti pessimistici; è importante prendere sul serio l’augurio «pace a questa casa», perché la pace inizia nelle nostre realtà più vicine, in famiglia; il Regno, cioè Gesù stesso, è vicino: san Francesco e sant’Antonio sono uomini che hanno gustato in pienezza la presenza del Signore e sono rimasti con Lui. Il Vangelo è sempre un dono, che, come ha fatto per tutta la vita sant’Antonio, va annunciato.
C’è stato un tempo disteso per la devozione personale, la visita alla tomba del Santo, con l’intenso e silenzioso gesto di toccare la lastra di marmo, la possibilità per le confessioni nella cappella della Riconciliazione e il tempo per ammirare le volte stellate dell’abside, la ricchezza delle opere d’arte e degli affreschi (particolarmente suggestivo il ciclo della vita di san Francesco nella cappella a lui dedicata) e per sostare nella cappella delle reliquie.
Si è respirato un clima di comunione che conferma il particolare rapporto di affetto che lega la nostra comunità diocesana a sant’Antonio.
Laura e Antonio De Bettio di Ponte nelle Alpi partecipano in coppia al pellegrinaggio di giugno dal 2018, appuntamento che segnano sempre in agenda. «Abbiamo conosciuto sant’Antonio all’Università» – spiega Laura – «e siamo venuti a rendere grazie a ogni nascita dei nostri quattro figli». Un evento speciale quest’anno è diventato motivo di preghiera e ringraziamento: il matrimonio di Daniela in agosto, la loro prima figlia. Per Maria Piazza e Luciana Zanon di Puos, che hanno partecipato per la prima volta, è stata esperienza molto coinvolgente e ben preparata.
La preghiera liturgica ha unito tanta gente di varie zone, e questo ha entusiasmato. Gisella De Piccoli dell’Alpago afferma: «Mi sono trovata in un momento di difficoltà e ho chiesto la grazia di salvare una piccola vita della mia famiglia. Sono venuta a dire grazie».
Si è pregato insieme per il vescovo, le famiglie, gli ammalati, le persone sole, affidando ad Antonio, santo francescano e «costruttore di pace e di fraterna carità», le vittime della violenza e della guerra, di questo mondo «sconvolto e pieno di tensioni», perché possiamo essere coraggiosi testimoni della non-violenza, della promozione umana e della pace.
Paola Barattin
