Amore sino alla fine

Omelia durante la celebrazione della Passione del Signore, Cattedrale di Belluno
03-04-2026

Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

Il cammino della Quaresima ci ha condotti a Gerusalemme. Questa sera siamo dinnanzi alla Croce anche noi. Il nostro sguardo su di essa non può rimanere indifferente, perché come sarà annunciato tra poco, si tratta del «legno della Croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo». È sospesa, dunque su quella croce la nostra salvezza; passa di lì la nostra vita.

Per Gesù salire a Gerusalemme, come abbiamo celebrato e contemplato ieri sera nella Cena del Signore, significava portare a compimento la sua dedizione e la sua fedeltà al Padre, dunque portare a maturazione quel suo essere “figlio amato”. Come ha attestato l’evangelista Giovanni: «Era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre». E ci testimonia anche in che modo: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». È proprio questo suo “amore sino alla fine” che sgorga da quella Croce, piantata sul Gòlgota, lì a Gerusalemme.

Perché questo? Gesù aveva compreso la propria missione come compimento delle Scritture a cui sempre aveva attinto per compiere la volontà del Padre. Il quarto canto – cosiddetto “del Servo di Dio” – che abbiamo ascoltato dal profeta Isaia, è stato interpretato pienamente da Gesù: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. 5Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti».

Addirittura Isaia dice che questo “servo di Dio” ha il volto sfigurato dalla violenza subita. Eppure egli resiste, non declina nella sua fedeltà alla missione ricevuta. È un “amore sino alla fine”. Come recita la lettera agli Ebrei, ha saputo «prendere parte alle nostre debolezze […] messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato».

Gesù, nel racconto della Passione di Giovanni, lascia che tutto il male si scateni contro di Lui. Al vertice, proprio lì sulla croce, nell’orrore più grande che affronta, c’è un mirabile dialogo d’amore con Maria, sua Madre e con il «discepolo che egli amava». Lì accanto c’è anche Maria di Màgdala con Maria madre di Cleopa e la sorella di sua madre.

Nel più grande male e nella più inquietante tenebra, Gesù non viene meno, ha con sé la fonte della sua vita e della sua missione: l’amore del Padre. Non restituisce nulla del male ricevuto, ma compie un estremo gesto d’amore che genera. Dalle tenebrose profondità di una vita violentemente colpita, sfigurata e soppressa, la vita stessa ricomincia, salvata dalla forza del male, guarita dalle mille e mille violenze e dalle innumerevoli ingiustizie.

Proprio perché Gesù porta a compimento la Scrittura, l’evangelista ci partecipa una parola di speranza che ci viene affidata come una chiamata e una missione: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Ed ecco che per noi la contemplazione della Croce diventa il cammino di vita che porta fiducia e salvezza a quel mondo che si affida – oggi con molta evidenza – all’apparente forza della violenza, della guerra, dell’odio…

A seguito di Gesù, invece, vi è una schiera di uomini e donne che portano dentro di loro il sogno e il progetto di vincere il male – in qualsiasi forma esso avvenga – con la luce del bene.

Dalla Croce, che stasera contempliamo e veneriamo, scaturisce la vita liberata dal male: si tratta di “vita salvata”, appassionata e dedita a tutto il bene possibile.

Riparte dalla Croce di Gesù il nostro discepolato umile, mite, radicato nell’“amore sino alla fine”.