Grazie, don Fabio, di questa tua fede!

Omelia nelle esequie di don Fabio Cassol - Cattedrale di Belluno
02-07-2024

2Cor 5,1.6-17; Sal 23 (22); Lc 9,1-6

«Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli» (2Cor 5,1). All’ultimo tratto della sua continua e inarrestabile mobilità, don Fabio ci ha mostrato che «la nostra dimora terrena […] è come una tenda», lasciandoci un estremo segnale che «riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli». È stato così che i confratelli preti del Seminario si sono mobilitati immediatamente quando don Fabio è mancato all’appuntamento della cena di venerdì scorso.

C’era sempre qualcos’altro a cui lui si doveva dedicare. Era sorprendente l’energia con cui operava. Non era semplice cogliere le ragioni con cui egli motivava il sovrabbondare degli impegni che si assumeva e delle iniziative a cui si votava. Tutta la vicenda del suo esuberante ministero è un panorama di molteplici incontri, di viaggi, di attività, di iniziative, a volte senza prevenirne gli esiti. E di fronte a ostacoli o difficoltà non si arrendeva, ma intendeva portare a termine quanto aveva ideato e avviato.

In questi giorni, dopo la sua inaspettata morte, nelle tante comunità in cui don Fabio ha esercitato il ministero e ovunque si era fatto conoscere, si sono raccontati mille di questi aneddoti. In realtà chi lo ha conosciuto da vicino ha saputo cogliere un aspetto di particolare vocazione in tutto ciò che egli ha fatto. Mi pare che siano proprio le parole di Paolo a indicare questa particolarità, quando dichiara: «L’amore del Cristo infatti ci possiede». Sì, possiamo riconoscere che la carità di Cristo in don Fabio diventava ogni volta un’urgenza. Quell’amore lo spingeva all’estremo. Sono ancora le parole dell’apostolo a sorprenderci: «Se, infatti siamo stati fuori di senno, era per Dio; se siamo assennati è per voi». Molte persone hanno provato nel vivo questo darsi senza misura da parte di don Fabio: nel profondo del suo animo vi era una fede spoglia, genuina e radicale, capace di cogliere il nuovo a cui necessariamente aprirsi: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco ne sono nate di nuove».

C’è un capitolo del ministero di don Fabio che è rimasto aperto e che egli stesso avrebbe voluto riprendere. Si tratta del tempo in cui ha vissuto la missione in Albania. In questi giorni a testimoniare questo è giunto un riconoscente messaggio del vescovo di Lezhe, Ottavio Vitale, nella cui diocesi don Fabio aveva operato. Altrettanto l’arcivescovo Angelo Massafra di Scutari-Pult ha espresso tutta la sua gratitudine e vicinanza.

Nel tempo difficile e contorto che viviamo, attraversato da spinte negazioniste che fomentano paure ancestrali e chiusure strutturali, ci incanta e ci sollecita la testimonianza di don Fabio. In alcuni pensieri che lui ci ha lasciato ci offre un’immagine inedita del suo mondo interiore. Vi traspare un’inaspettata profondità. Ne scelgo due: uno dal suo testamento spirituale scritto nel 2019 e poi una sua riflessione consegnata solo qualche settimana fa in Ufficio missionario dove ha depositato una sua memoria della missione svolta in Albania dal 1997 al 2001.

Nel testamento, considerando questo nostro tempo, scrive: «Ringrazio dal profondo del mio cuore il Signore per avermi fatto nascere e vivere nell’epoca attuale in cui ho potuto godere della pace, del benessere, del progresso, delle scoperte esaltanti della scienza e delle aperture religiose più promettenti e liberanti del Concilio Vaticano II, ma soprattutto di avermi fatto nascere negli anni in cui il quinto figlio era ancora accettato come una benedizione».

E, poi, ecco le ultime sue riflessioni, dove don Fabio guarda in faccia alla sua condizione esistenziale, lasciandoci una confidenza straordinaria che ci fa ripensare a tutto quello che abbiamo visto di lui e del suo operare: «”Navigar m’è dolce nel passato”. È una frase che mi piace tanto e l’ho trovata non so più dove. Mi è caro ricordare il passato!… Capita soprattutto oggi, a 84 anni, la voglia di “navigare” retro, ma la vita, per fortuna, va avanti, devo pensare al domani, alla fine, alla morte. E chissà quanto è vicina! Tutto ha un limite naturale: il sole tramonta, il fiore appassisce, le stagioni e gli anni passano veloci. E il pensiero della morte fa paura. Anche Gesù ebbe paura e angoscia, sudò sangue, di fronte alla morte, nell’orto degli ulivi. Scoppiò in pianto, davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, pur sapendo che l’avrebbe risuscitato. La morte contrasta con l’istinto più profondo dell’uomo: quello di vivere. Vuole vivere. Se tutto finisse con la morte, Dio non sarebbe più Padre; il bene e il male avrebbero la medesima sorte, la stessa ventura. È assurdo. L’istinto, più la fede, ci dicono che: “La morte è stata ingoiata dalla vittoria”, cioè divorata, distrutta per lasciar spazio alla vita. (1 Cor 15). Questa è la nostra fede. (Belluno, maggio 2023)».

Grazie, don Fabio, di questa tua fede!