In morte di Enzo Bianchi

Ci sono mille motivi anche per la nostra Chiesa per raccoglierci in preghiera e in riconoscente ricordo
03-09-2026

Martedì 1 settembre ci è giunta la notizia della morte di fratel Enzo Bianchi. Ci sono mille motivi anche per la nostra Chiesa di Belluno-Feltre per raccoglierci in preghiera e in riconoscente ricordo. Più volte egli l’ha frequentata, invitato a portare la sua testimonianza di discepolo del Maestro e di conoscitore innamorato della Parola di Vita.

Fratel Enzo Bianchi iniziò la sua vicenda monastica nel lontano 1966. Si ritirò in solitudine a Bose, in provincia di Biella. Nacque così l’esperienza del monastero di Bose, con pochi fratelli che qualche anno dopo si unirono a lui. Iniziò anche la presenza di alcune sorelle. La comunità che si caratterizza da subito come esperienza nuova del post-Concilio è un laboratorio della Parola di Dio. Si sente forte l’esigenza di rinnovare la vita monastica, intesa non come “fuga dal mondo”, ma come un abitarci accanto con radicalità evangelica.

Il carisma personale di fratel Enzo, fondatore indiscusso e primo priore, si impone gradualmente ma con evidenza e forza propulsiva. Bose diventa un centro di attrazione di tante e tante persone alla ricerca di un incontro nuovo e autentico con il Vangelo. Fratel Enzo nel suo spirito eclettico, sa corrispondere a mille attese, affronta temi di spiritualità e di cultura, coniuga con originalità “monastica” Vangelo e vita. La comunità gli è accanto, ma è lui soprattutto ad emergere. Diventa pubblicista fecondo. Partecipa a un’infinità di incontri e convegni.

Molti di noi hanno fatto visita alla comunità di Bose, anche sostandovi per alcuni giorni. Indubbio che fratel Enzo sia diventato nello scorrere di questo tempo un maestro di riferimento, additando fronti aperti e nuovi nell’inesauribile spiritualità che scaturisce dalla Scrittura e dalla grande Tradizione ecclesiale. Tutto questo si combina con il suo intento ecumenico, perseguito con convinzione e aprendo strade nuove di incontro fra comunità ecclesiali di confessione diversa. Inoltre sorprende come egli sia diventato interlocutore di tante persone che, non avendo trovato nella Chiesa forme e modalità adeguate di confronto e incontro, hanno riconosciuto in lui una corrisposta attenzione e accoglienza.

Non tutto questo è stato lineare. Tra tanti che hanno guardato a fratel Enzo come riferimento, vi è anche chi non ha necessariamente condiviso tutto il suo pensiero, il suo atteggiamento e il suo stile. Inevitabile che a riguardo ci siano state criticità e riserve.

Conosciamo, poi, alcuni aspetti delle difficoltà incorse all’interno stesso della Comunità di Bose in questi ultimi anni. Ciò fu la causa di una forma di esilio, che in questi anni fu imposta a fratel Enzo dalla Santa Sede. Ci siamo addolorati di questa condizione, di cui non abbiamo gli elementi per esprimere giudizi affrettati.

In questi giorni della dipartita di fratel Enzo si è accesa una nuova luce a illuminare anche questi fatti: la sua lettera indirizzata al priore della Comunità di Bose, nel giorno della festa della Trasfigurazione del Signore (6 agosto), in cui fratel Enzo esprime il desiderio di un incontro e di una riconciliazione e la corrispondente lettera di risposta di Sabino Chialà (clicca qui per leggere la corrispondenza).

Sono commosso nel dire grazie a fratel Enzo per questo passo compiuto dopo tanta incomprensione e fatica: essa riaccende la promessa evangelica a cui lui si era votato. E grazie anche al priore di Bose per avervi immediatamente corrisposto con spirito evangelico, che apre ancora una volta la via della Risurrezione, trasfigurando la nostra vicenda umana in “buona notizia”.

+ Renato, vescovo