Is 61,1-3a.6a.8b-9; Sal 88 (89); Ap 1,5-8; Lc 4,16-21
Il racconto di Luca ci ha riportati al tempo degli inizi, quando Gesù, «secondo il suo solito, di sabato» frequentava la sinagoga. A Gesù è dato il rotolo di Isaia ed egli va lì dove è raccontata l’iniziativa di Dio nei riguardi di colui che Egli sceglie, chiama e invia. In Isaia è un profeta, forse il re, ma anche il popolo che Dio elegge e a cui affida una missione che porta consolazione e grazia. Nel salmo 88 è Davide, servo di Dio, consacrato con il suo santo olio.
In Luca è Gesù il quale dichiara compiuta nella sua persona e nella sua missione l’azione consacratoria dello Spirito e la sua unzione: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». All’inizio dell’Apocalisse siamo noi tutti che Gesù Cristo, il primogenito dei morti, ha fatto diventare un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre. Sì, questo Padre è – da sempre – il “Dio degli inizi”.
Il Figlio amato ce lo fa conoscere come Colui che chiama alla vita e alla missione. All’inizio, quando Gesù si fa battezzare dal Battista, egli vede «lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”» (Mt 3).
Dio sta prima di tutto, ci precede. È lui che prende l’iniziativa: «13 Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. […] 15Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. 16Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi» (Sl 139).
L’unzione di cui ci parla Gesù, quando è «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» è una consacrazione, una investitura d’amore, una vita dedicata, una consegna dello Spirito, un dono di soffio vitale, un’indelebile traccia di Dio. Per cui mai nessuno può veramente e definitivamente dichiararsi perduto, scoprirsi inutile; trovarsi abbandonato, sopraffatto, precipitato nel fondo, condannato a un destino di oblio o di castigo…
L’olio che oggi benediciamo – sia quello degli infermi, sia l’olio dei catecumeni, sia il Santo Crisma – manifesta ed esprime la precedenza di Dio, dunque l’amore che origina ogni creatura, che guarisce ogni ferita, che fa crescere e che destina al compimento. Dio giunge sempre “prima” nella nostra vita, proprio come “un inizio”.
Quando abbiamo detto a Lui il nostro “sì”, il Signore degli inizi aveva già abbracciato tutto di noi – nel segno dell’unzione della nostra carne – e non solo l’entusiasmo iniziale, ma anche il suo complicarsi, le sue mediocrità, le sue tortuosità. Agli inizi, quando ci precedeva, il Signore della vita, come buon Samaritano, aveva già raccolto, accarezzato e lenito perfino le nostre paure, le nostre fisime, le nostre cadute…
Nel racconto della Passione di Matteo, proclamato domenica, è stato tralasciato – nella scrematura liturgica – quello che possiamo definire “il segno dell’inizio di Dio nella passione di Gesù”. Gesù, intravvedendo le ore della passione, riconosce che il Padre si avvicina preveniente, dunque inaspettato, lì a Betania, in casa di Simone chiamato “il lebbroso”. Sopraggiunge un’iniziativa d’amore che poi Gesù evidenzierà dicendo che sarà annunciata come Vangelo dovunque, nel mondo intero, per sempre: una donna – che aveva con sé un vaso di alabastro pieno di profumo molto prezioso – si avvicina a Gesù e glielo versa sul capo mentre egli stava a tavola. Con questo gesto di consacrazione e di consolante unzione Gesù si avvia a portare a compimento la sua missione. Gesù vi ha colto l’unzione dello Spirito con cui il Padre lo aveva iniziato: «Tu sei il mio figlio mio, l’amato». Per Gesù è stato un sentire la tenerezza del Padre che non l’avrebbe abbandonato nel momento della totale consegna di sé nel morire in croce.
Carissimi fratelli e sorelle, discepoli e discepole di Gesù, quest’olio che benediciamo – di cui tutti abbiamo ricevuto l’unzione – manifesta la sorprendente iniziativa di Dio nella vita di tutti noi che nulla può cancellare, che nessuno ha il potere di abrogare.
Carissimi confratelli presbiteri e diaconi, anche nella specificità del ministero a chi siamo chiamati gli inizi di Dio sono anche oggi consacranti con l’unzione dello Spirito. Le parole di Paolo a Timoteo valgono per noi oggi, nel mentre, come presbiteri, rinnoveremo il nostro “eccomi”: «6[…] ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» (2Tm 1).
