Siate benevoli

Omelia nel Mercoledì delle Ceneri - Cattedrale di Belluno
18-02-2026

Gl 2,12-18; Sal 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6. 16-18

 

Mi colpiscono i riferimenti, nella citazione del profeta Gioele, ai vari soggetti interpellati: il cuore del popolo costituito da anziani lattanti, fanciulli, sposi e spose – «Ritornate a me con tutto il cuore» – poi il grande amore di Dio, misericordioso e pietoso che chiama accoratamente; i ministri del Signore in pianto; infine le genti e i popoli affinché comprendano…

Si tratta di un grandioso scenario. Ci colpisce questo Dio che invita tutti a ritornare a Lui. La Parola di Dio ci apre spazi nuovi e tempi ulteriori quando ci parla di Dio. E sempre ci colpisce come Dio risulti appassionato a noi: un Dio che non smette e non molla di essere buono con noi. Invita a ritornare a Lui, ma con tutto il cuore. Ve lo immaginate? Penso che Gesù l’abbia rappresentato bene nella parabola del Vangelo di Luca, che narra di un padre rimasto all’uscio della porta di casa per attendere commosso il “ritorno con tutto il cuore” dei figli.

Sì, non dimentichiamo Dio, così spodestato della possibilità di abbracciare i suoi figli, anche oggi! Suggerisco a voi, a ciascuno, ma anche alle nostre comunità che questa Quaresima sia un raccogliersi e percepire la trepidazione con cui Dio ci sta soffiando queste parole confidenziali: «Ritornate a me con tutto il cuore». Si intende un umile ma sincero rivolgersi a Lui, un mite e speranzoso cercarlo ancora. Mi chiedo se noi, discepoli e discepole di Cristo, sapremo tenere viva la piccola fiamma di questo desiderio d’amore. Forse questo desiderio di Dio ce lo siamo giocati con troppa presunzione, con troppo rumore, con troppo zelo.

La Quaresima ci sollecita ad acquisire pudore, onestà, semplicità e sguardo d’amore con Dio: «Ritornate a me con tutto il cuore».

Le parole di Gesù, che l’evangelista Matteo ha ricomposto, ci indicano un modo e uno stile non esteriori, non vincenti, non presuntuosi, non ostentati di stare a questo mondo. Gesù ritorna sull’esperienza del cuore, sull’intimità e la verità dei nostri rapporti. C’è un segreto nelle profondità di ogni persona che dobbiamo rispettare e riconoscere, anzi favorire e promuovere. Siamo sempre tentati di usare violenza, anche nel pretendere i sentimenti e gli affetti altrui. Pure la preghiera, come avverte Gesù, può diventare così tanto zelante da provocare una controffensiva derisoria o addirittura violenta. È evidente ciò, quando le nostre private devozioni ci fanno diversi nella preghiera comune, quando dovremmo essere insieme come fratelli e sorelle e non come superiori e gregari o migliori e inferiori: «E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti per essere visti dalla gente».

In questi giorni olimpici – che abbiamo sentito particolarmente “nostri” e in un qualche modo condivisi con tanti atleti e tante atlete di giovane età – ci hanno colpito la dedizione e la vicinanza, nello stesso gareggiare, che questi giovani sportivi hanno mostrato con i loro sorrisi, i loro abbracci, i gesti di cura e di incoraggiamento che si scambiavano sia vincendo sia perdendo le gare. Abbiamo poi riconosciuto fatica e sacrificio e allenamenti altamente impegnativi che hanno dovuto affrontare.

Contestualmente nei nostri ambienti e nel mondo la logica della violenza e delle guerre ha contrastato tutto ciò.

Noi non possiamo ritenere che questa barbarie sia vincente. Non possiamo restarne indifferenti o inermi.

L’apostolo Paolo si presenta «in nome di Cristo ambasciatore». L’invito è a lasciarci riconciliare: è quel ritornare a Dio con tutto il cuore, pronunciato dal profeta Gioele.

Permettete possa interpretare la Quaresima che la Chiesa ci veicola come sacramento di conversione con una parola: benevolenza! Sì, proviamo ogni giorno in questo tempo sacramentale, a fare un passo nel diventare “benevoli”.

Siate benevoli, così come è benevolo il Padre vostro che è nei cieli!