Umile e mite testimonianza d’amore

Omelia nella solennità dei santi Vittore e Corona – Feltre
14-05-2026

Ap 7,9-17; Sal 23(24); Rm 5,1-5; Gv 15,18-21

Nei giorni di questa settimana siamo accompagnati e illuminati dalle parole di Gesù che il quarto evangelista – Giovanni – raccoglie e colloca nell’ultima Cena di Gesù – quella in cui egli lavò i piedi dei suoi discepoli. Gesù è intensamente commosso. Sente profondamente il calore dell’affetto dei discepoli, anche se turbato e fragile. Le parole di Gesù lasciano trapelare la sorgente di un amore da cui si sente totalmente sostenuto e a cui attinge in abbondanza: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,20). Addirittura confida loro: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21b). È il Vangelo ascoltato domenica scorsa. Poco oltre Gesù, fissando i volti amati dei discepoli, si pone dalla loro parte, si preoccupa del loro futuro. Li rassicura e dice loro: «Quando verrà il Paraclito, che io manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me dall’inizio». Ed ecco anticipata e immaginata da lui la vicenda futura dei discepoli: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me» (Gv 16,2-3).

Ecco dove oggi la memoria solenne dei nostri patroni martiri ci riporta: nella parola di verità di Gesù, nel suo prorompente e intramontabile affetto che vive con il “Padre suo” che egli fa conoscere ai suoi discepoli. Ed è l’affetto che Lui vuole comunicare ai discepoli. Oggi questa memoria gioiosa dei martiri Vittore e Corona ci immerge in un amore che non smette mai di generare vita, di accendere fiducia, di attivare speranza. Se ci guardiamo attorno – a volte i nostri stessi volti – e se scaviamo un po’ dentro di noi, se facciamo un po’ di verità con noi stessi, scopriamo dei vuoti che ci danno il senso della perdita, intravediamo paure disseminate qua e là nei nostri sentimenti e nei nostri pensieri e ci si sente smarriti, abbandonati, inermi…

Sì, oggi soffriamo tutti per uno svuotamento d’amore, come se esso sia diventato in tutti noi così precario e fragile da ritenerlo oramai impossibile… Ci succede a tutte le età, in tutte le condizioni di vita. A livello internazionale e di rapporti istituzionali lo vediamo ogni giorno rinnegato, licenziato… Come dice Gesù ai discepoli: “scacciato… ucciso…”.

Vittore e Corona oggi sono qui con la loro umile e mite testimonianza d’amore. Immaginate: proprio come nell’anno 205, dopo circa 175 anni da quando Gesù disse le parole che il Vangelo sempre e ovunque annuncia. Non importa se il loro martirio avvenne in un certo luogo o in altra sede, neppure conta chi fosse il tiranno che ha usato violenza contro di loro. Noi vediamo che la parola di Gesù è diventata generatrice d’amore e dunque ha salvato la loro vita esposta e fragile. La vita violentata da chi credeva di rendere culto a Dio uccidendola, è diventata una vita consegnata all’amore intramontabile, dunque vita piena, eterna, generatrice. Ed è quella stessa che Gesù ha annunciato: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,20); «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21b).

Oggi siamo qui in questo luogo di memoria dei martiri Vittore e Corona perché crediamo che questa parola di Gesù è data ancora come Lui stesso la consegnò ai discepoli. Oggi questa stessa Parola di Vita raggiunge anche noi tramite la testimonianza d’amore di Vittore e di Corona. Mi sembra rassicurante quanto il vangelo che abbiamo proclamato in questa celebrazione, riporta della parola di Gesù: «Un servo non è più grande del suo padrone». Gesù ci rassicura che è davvero grande il suo amore, che non verrà meno, che rigenererà il mondo seppure questo nostro mondo ha troppe volte intrapreso la via della violenza e dell’odio.

Vi auguro – anzi vi incoraggio – a ritrovare spesso la parola di Gesù, quella del Vangelo, quella raccontata dal martirio di Vittore e di Corona, lasciando perdere chi chiacchiera a vuoto di Dio e lo usa a suo interesse e consumo.

Solo la sua Parola evangelica ci può immergere nella visione d’amore che abbiamo ascoltato nella visione profetica dell’Apocalisse, custodita dalla Chiesa come «speranza che non delude», come «amore riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito» (cfr Rm 5,1-5):

«Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17).