Un deserto trasformato in banchetto

Omelia per il 700° dalla dedicazione della chiesa di San Pietro in Belluno
01-08-2026

Is 55,1-3; Sl 144(145); Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

«Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».

I discepoli di allora, quelli della prima ora, corrispondono in pieno ai discepoli e discepole che siamo noi oggi. Nei luoghi che piacciono a Gesù e dove Lui si compiace di mostrare la compassione di Dio, loro, agli inizi, e noi, oggi, vediamo il “deserto”. Similmente a loro, noi, in questa stagione ecclesiale, parliamo di congedi, di esperienze e luoghi da abbandonare. Quanto sono frequenti nei nostri pensieri queste immagini! Quell’ “una volta non era così!” che in modo ossessivo noi ripetiamo, oppure tutte le volte in cui non cogliamo il desiderio più nascosto, la fame e la sete più recondite del cuore umano e ci viene da separarci da questa umanità che ancora cerca… siamo i discepoli di allora che vogliono convincere Gesù a congedare la folla, a prendere un’altra strada rispetto al suo sentire compassione e rispetto al suo farsi vicino alla folla per averne cura e guarirla.

Oggi mentre facciamo memoria della dedicazione di questa chiesa di San Pietro attuata nel lontano XIII secolo, non dimentichiamo questo Vangelo di Gesù. Mi viene da pensare che un edificio ecclesiale – come questo di San Pietro – rappresenti quel deserto che Gesù trasforma in un banchetto fatto di amicizia, di compassione, di sguardo amorevole, di presenza benefica, di cura fino al punto di prendersi a cuore la fame che tutti hanno e che anche noi abbiamo.

Gesù spiazza i suoi discepoli. Fa loro comprendere che proprio quella fame è un “luogo di Dio” dove Lui desidera abitare. Gesù ordina che la folla – tutta quanta – prenda posto e si sieda sull’erba. Questa possibilità di accogliere, di invitare, di far posto è il valore più prezioso delle nostre chiese. Mentre i discepoli erano spaventati di ciò che avrebbero dovuto procurare e preparare, Gesù nella prospettiva del regno di cui aveva parlato in parabole, pronuncia delle parole insuperabili di consacrazione: «Voi stessi date loro da mangiare». Affianchiamole alle parole che Gesù dirà nell’Ultima cena: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo».

Parole di consacrazione! È Paolo a commentarle nella parte di lettera ai Romani che abbiamo ascoltato: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo la spada?». E ribadisce che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù».

Per tutto questo le nostre chiese sono innanzitutto la casa dove ci raccogliamo per essere toccati e saziati dall’amore di Dio in Cristo Gesù. Le chiese non sono i luoghi delle nostre cerimonie, né i luoghi delle nostre ostentazioni o dei nostri fasti. Sono più autentiche ed evangeliche se raccolgono il nostro deserto che l’inaspettata compassione di Gesù fa diventare un grande banchetto dove solo un po’ di pane, un po’ di cibo, un po’ di vino, qualche sorso d’acqua contano per davvero.

Nella prima lettura Isaia ha l’intuito questo significato: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare».

Sì, possiamo stasera, qui nella chiesa di San Pietro, riconoscere che la dedicazione di questo edificio testimonia e narra la compassione di Gesù oggi anche nel deserto che le nostre chiese richiamano. È il segno dell’olio di cui è stata unta.

A seguito di Gesù, come suoi discepoli oggi – «Voi stessi date loro da mangiare» – sarà la nostra compassione ad attendere e preparare i piccoli banchetti di oggi e il grande banchetto del Regno di cui ci ha parlato Gesù e che ci ha mostrato nei suoi sentimenti, nei suoi gesti, nelle sue parole.

 

Permettetemi un pensiero sul fatto che l’edificio dedicato nel 1326 non è esteriormente e materialmente questo attuale, essendo stato rimaneggiato e ricostruito. Questo fatto può significare che la Chiesa fatta di “pietre vive” – che anche noi siamo – ha sempre la necessità di essere revisionata, restaurata e, se necessita, ricostruita per essere presente nell’oggi con la compassione appresa e ricevuta da Gesù e per condividere la fame di oggi. Quello che conta è la Grazia – il gratuito dono dell’amore di Dio – che non resta sigillato nel passato, ma si esprime nel presente e ci fa tenere lo sguardo sul futuro del Regno di Dio.

  • Ricostruita ex novo nei primi due decenni del 1200 in stile gotico dai Francescani Conventuali.
  • Dedicazione il 3 agosto 1326.
  • Sostituita da un nuovo edificio nella prima metà del Settecento.