Pastorale sociale

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Documentazione ufficio Pastorale sociale

 

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LE INTERVISTE

Presentazione del convegno – direttore uff. diocesano di Pastorale sociale e del lavoro Stefano Perale

Gervasio De Col presidente E.V.A. Alpago

Federica De Carli ass.ne Insieme si può

Ivan Minella sindaco di Santa Giustina

Oscar De Pellegrin presidente A.S.S.I. Onlus

Franco Chemello coord.ne provinciale Scuole in Rete

Nadia Dall’Agnola ass.ne Pettirosso Agordino

Maria Agostina Campagna presidente Antenna Anziani

Piermario Fop referente Libera Cadore

Matteo Soppelsa pres. ass.ne “Noi con Voi” di Feltre


 

L’aiuto di chi ha più bisogno di noi: la diversità è ricchezza

Matteo Soppelsa è alla guida dell’associazione “Noi con Voi” nata pochi anni all’interno della Parrocchia di Farra di Feltre. L’obiettivo del sodalizio è di dare aiuto alla persone in difficoltà del feltrino a partire da chi non trova lavoro fino al recente progetto delle mensa solidale “il pane quotidiano”. Ad oggi si contano 25 soci e una trentina di volontari che si impegnano per dare una mano a chi ha bisogno, arrivando dove le istituzioni non riescono.

Siamo nati nel 2015 per cercare di arrivare dove non riescono le istituzioni per quanto riguarda l’aiuto delle persone in difficoltà. Nel feltrino ci sono diversi casi di marginalità sociale e disagio dovuti a dipendenze come l’alcool e la droga ma anche la mancanza di lavoro e non solo. Il problema più grosso probabilmente è quello della solitudine e infatti noi offriamo delle risposte concrete, come appunto un pasto alla mensa solidale o i pacchi di prodotti alimentari, ma soprattutto puntiamo a fornire ascolto. Il nostro obiettivo infatti è quello di creare un punto di incontro relazionale tramite il legame tra i volontari e gli utenti.

Chi te lo fa fare? – Io sono un giovane libero professionista con un mia attività. Sin da ragazzino sono entrato in contatto con il mondo del volontariato e sono sempre stato interessato a dare una mano agli altri. Con gli anni sono venuto a contatto con tante persone, alcune molto meno fortunate di me. E’ importante dedicare il proprio tempo agli altri, anche pochi momenti e per questo stiamo cercando di coinvolgere i giovani perché la diversità è ricchezza.

 

Il dovere civico di partecipare

Piermario Fop è alla guida del presidio dell’associazione Libera in Cadore nato nel 2015 nella terra d’origine di don Luigi Ciotti. Questa realtà mette insieme una cinquantina di soci con associazioni locali, scuole e istituzioni come la Magnifica Comunità di Cadore per fare comunità e cittadinanza attiva su vari temi come la lotta alle infiltrazioni mafiose e non solo.

Siamo nati nel 2015 come primo presidio del coordinamento provinciale di Libera con una cerimonia alla presenza di don Ciotti. In Cadore secondo noi c’era la necessità di un luogo di incontro e discussione a vari livelli, coinvolgendo persone di varie età ed estrazioni, sui temi che riguardano il sociale e la società. Purtroppo la presenza mafiosa non è certo un fenomeno che riguarda solo il sud Italia. Questo per via degli interessi economici con tanti “portavoce” che si infiltrano nei nostri territori cercando appoggi compiacenti in loco per fare affari poco leciti.

Siamo apartitici e aconfessionali ma non apolitici perché è necessario impegnarsi sulle problematiche più importanti. Uno dei nostri pilastri è la scuola, infatti a Libera Cadore aderiscono diversi istituti di ogni ordine e grado come Auronzo, Pieve e i comprensivi del centro Cadore. Anche i giovani di Libera hanno un loro gruppo e vedo che da parte loro c’è grande sensibilità. Tra i temi portanti che affrontiamo c’è la formazione alla legalità, l’integrazione, la difesa dell’ambiente e lotta alle dipendenze dall’alcool alla piaga del gioco d’azzardo. La sfida per il futuro è quella di far partecipare sempre più persone a queste lotte. Con i grandi eventi che stanno per arrivare sul nostro territorio, ovvero i mondiali di sci e le Olimpiadi a Cortina, ci sarà da stare molto attenti e vigilare sulle infiltrazioni.

Chi te lo fa fare? – Secondo me è un dovere civico: ogni cittadino dovrebbe mettere a disposizione il suo tempo per impegnarsi in quello in cui crede. La mia esperienza inizia sin da ragazzo come rappresentante di istituto e poi è continuata sempre nella scuola come insegnante e nell’amministrazione locale come sindaco di Calalzo qualche anno fa. Noi non dobbiamo isolarci e pensare in maniera egoistica ma dobbiamo preoccuparci di quello che ci sta intorno e partecipare ala vita sociale e alla comunità.

 

Mettersi accanto a chi è malato

Nadia Dell’Angola è alla guida dell’associazione Pettirosso che opera nell’agordino da 10 anni a fianco dei malati con patologie irreversibili. Circa 400 soci e decine di volontari adeguatamente formati sono a fianco di molte persone anche in stadio terminale con 2000 visite in questo decennio. Sono esperienze delicate ma che possono dare molto. Come stimolo di impegno, anche in questo caso, importante è stata l’esperienza personale e familiare di Nadia.

Il fine vita e questo tipo di malattia è una tematica che ancora oggi suscita timore. Non si capisce ancora la doverosa importanza delle cure palliative che, tra l’altro, devono essere garantite secondo la legge. Tra le difficoltà che riscontriamo c’è proprio quella della mancanza di informazione. Ancora oggi, dopo 10 anni di presenza sul territorio, molte persone non sanno ancora l’esistenza di questa opportunità.

Nonostante queste difficoltà, posso dire che i nostri volontari sono davvero fantastici. Secondo me ci si avvicina a queste esperienze perché si sente di avere qualcosa dentro che ci spinge a stare vicino al malato e anche alla sua famiglia in momento così delicato. E’ una spinta ad essere accanto a chi ha bisogno, con la giusta sensibilità, perché in questo modo si entra in punta di piedi nella vita delle persone. 

Chi te lo fa fare? – L’idea nasce dal fatto che io vivo qui e non voglio rinunciare all’opportunità di fare qualcosa di grandioso. E’ stata anche un’esigenza personale visto che 10 anni fa ho avuto io stessa l’esperienza della malattia in prima persona e poi anche con mio marito. Ho sperimentato sulla mia pelle cosa voleva dire essere malato ma anche cosa vuol dire fare assistenza ad un malato, affrontando la sfida della cura insieme agli altri. In quei momenti del bisogno ho capito che nella nostra zona c’era una carenza di servizi in questo campo (le cure palliative) e quindi questo mi ha spinto a fare qualcosa. Devo dire che questa è un’esperienza forte, intensa e straordinaria. Il consiglio che posso dare è di non aver paura della malattia perché capita a tutti ed è parte del nostro essere. Stando vicino agli altri possiamo capire noi stessi e trovare la serenità.

 

L’importanza del sostegno dato dalle altre persone

Maria Agostina Campagna da 15 anni presiede l’associazione “Antenna Anziani” che dedica la sua attività al sostegno delle persone anziane bellunesi in diversi campi ma sempre con il filo conduttore di creare aggregazione sociale e combattere la solitudine. Decine sono i volontari che si adoperano in questo impegno che, per Maria Agostina, è strettamente legato alla sua esperienza familiare.

Questa associazione è nata 15 anni su stimolo del Centro di servizio per il volontariato con la signora Bruna Sartena. All’epoca era emersa la necessità di fare qualcosa per le persone anziane e così siamo partiti con diversi volontari e la collaborazione della Parrocchia di Loreto a Belluno. Operiamo su più fronti: dall’assistenza domiciliare, al supporto nel fare la spesa e nel risolvere le pratiche burocratiche fino al volontariato in casa di riposo con assistenza ai malati e trasporti solidali guidando i pulmini per andare all’ospedale o in altre mete. Facciamo anche il coordinamento dei gruppi “Anna Vienna”, nati dal lascito di questa signora, che fanno un servizio di aggregazione per le persone sole.

Tutte queste attività, dalla più semplice l’aiuto a fare la spesa fino al più impegnativo servizio assistenziale in casa di riposo, nascono da una grande necessità che accomuna molti anziani della nostra provincia. C’è tantissimo bisogno di ascolto e di essere ascoltati. A volte basta davvero poco per dare delle risposte al grave problema della solitudine e per questo scendiamo in campo con le varie attività sociali e ricreative. 

Chi te lo fa fare? – Tutto nasce dalla mia esperienza personale. Ho un figlio, Davide, che è cerebroleso. La sua patologia ha bisogno di una terapia particolare che ci è stata indicata dagli esperti di un istituto americano a Philadelphia con la richiesta di diversi esercizi che necessitano l’aiuto di molte persone. Ebbene, da 42 anni, abbiamo avuto bisogno di migliaia di persone che sono state fondamentali per questo percorso di riabilitazione. Nella nostra casa si sono avvicinati tantissimi volontari, tra cui molti giovani, che hanno dato il loro tempo spontaneamente, grazie anche semplicemente al passaparola. Ancora oggi i volontari sono ben 33 persone. Questo mi ha spinto a mia volta a dedicarmi agli altri e capire l’importanza del sostegno delle altre persone: su di loro puoi contare e senza di loro non sei nulla.

 

Spendere la propria vita per motivare le persone

Il campione paralimpico Oscar De Pellegrin non ha bisogno di troppe presentazioni. Dopo l’incidente che lo ha costretto in sedia a rotelle e una lunga carriera ricca di successi 10 anni fa ha fondato Assi (associazione sociale sportiva invalidi) che fornisce servizi per le persone disabili utilizzando lo sport come mezzo di integrazione. Una scommessa che oggi conta 200 soci e numerosi volontari che hanno fatto crescere questa importante realtà.

 La nascita dell’Assi è stata una scommessa fatta con gli amici esattamente 10 anni fa davanti ad una pizza. Colmava una lacuna ovvero il fatto che qui nel bellunese non c’erano associazioni che potevano dare supporto alle persone disabili e aiutarle a riprendere in mano alla propria vita. Così, verso la fine della mia carriera sportiva, ho deciso di mettermi ancora in gioco, stavolta con la missione di aiutare gli altri. Secondo me la vita può continuare lo stesso anche di fronte a incidenti gravi come quello che 35 anni fa mi ha costretto in sedia a rotelle. Da qui l’idea di fare qualcosa di concreto per motivare le persone.

Per me lo sport è un veicolo fondamentale per motivare le persone. E’ un potente mezzo di integrazione che accomuna tutte le fasce della società. Le parole chiave sono integrazione, sport e anche il volontariato che è sempre una grande risorsa. Dobbiamo interessarci ai giovani e dare loro qualcosa, non limitandoci solo a giudicarli. Dobbiamo farli innamorare del concetto di aiuto verso gli altri e della necessità di fare volontariato, inteso come concetto a 360 gradi e quindi anche nell’impegno nella politica locale facendo gli amministratori dei nostri Comuni. Per citare il nostro esempio, noi coinvolgiamo diversi giovani che sono a contatto con il mondo della disabilità: osservano e capiscono il tema e poi hanno in cambio una grande lezione di vita.

Chi te lo fa fare? «Nessuno me lo fa fare perché è una cosa che sento dentro. Dopo il mio incidente sono cambiato e migliorato, si può dire che “ho risalito la montagna”. Nella mia vita sono stato fortunato e per questo ho voluto impegnarmi anche per gli altri, per far ritrovare il sorriso a tanti che magari hanno avuto la mia stessa storia. Da qui viene la motivazione: l’aiuto verso gli altri è una benzina che ti fa andare avanti».

 

Fare rete per il futuro dei nostri giovani

Franco Chemello è il referente delle “Scuole in Rete per un mondo di solidarietà e pace”, una rete provinciale unica in Italia che mette insieme studenti, docenti, associazioni e enti per fare sistema per costruire un futuro migliore per i giovani. Da qualche anno è un progetto inserito all’interno dell’Ufficio scolastico territoriale.

Questa rete è nata dal basso durante un viaggio umanitario nel 2005 che ha coinvolto docenti, studenti e formatori. Negli anni ci siamo allargati e abbiamo avuto anche diversi riconoscimenti a livello nazionale. Siamo aperti a tutte le scuole della provincia di ogni ordine e grado con il messaggio di trovarci tutti insieme davanti a dei valori comuni che hanno il fondamento nella Costituzione e nei diritti umani. Cerchiamo di trovare un linguaggio comune per lavorare per il bene dei nostri giovani.

I ragazzi di oggi possono essere meravigliosi se accompagnati e sollecitati nel modo giusto. La chiave è quella di usare un linguaggio comune e cercare la collaborazione di più soggetti della comunità. In questo modo ci possono seguire sui temi importanti e dare grandi soddisfazioni. Qualcuno oggi li critica ma possono fare molto, basta essere in grado di responsabilizzarli.

 Chi te lo fa fare? «Secondo me ciascuno di noi vuole lasciare un traccia nella propria vita per migliorare il proprio mondo. Da giovane io lavoravo nel settore bancario con un buon posto che dava buone prospettive economiche e di carriera poi però sono passato a fare l’insegnante. Ho sentito questa spinta di lasciare un segno e conoscere meglio la realtà che ci circonda studiano in particolare la disciplina della geografia. Poi sono passato oltre creando le Scuole in Rete. Secondo me infatti bisogna prima conoscere e poi scatta il bisogno di agire. Abbiamo avuto in questi anni tanto sostengo e tante soddisfazioni dopo questa scelta. Secondo me questa deve essere la funzione degli adulti ovvero “liberare le ali” ai giovani».

 

Amministrare per fare cose concrete per la comunità

Ivan Minella, 30 anni, è uno degli amministratori più giovani della provincia. Da pochi mesi è stato eletto primo cittadino del Comune di Santa Giustina dove in precedenza aveva ricoperto il ruolo di assessore. Da qualche anno è impegnato anche come consigliere provinciale. Con la sua testimonianza diamo uno sguardo anche ad un diverso modo di servire la comunità ovvero quello dell’amministrazione locale delle nostre piccole realtà bellunesi.

Questo percorso amministrativo nasce come sviluppo della mia formazione come laureato in archeologia. Da sempre sono stato appassionato dal tema della cultura in montagna e quindi mi sono messo al servizio del nostro contesto sociale, storico ed economico ricoprendo il ruolo di assessore nel mio Comune. Ho allargato poi la mia visione occupandomi anche di ambiente e turismo, mettendomi poi in gioco anche in un’area più vasta con l’incarico di consigliere in Provincia e poi accettando la sfida come sindaco. Nel nostro territorio c’è davvero un grande potenziale ma anche tante criticità e per questo è necessario capire cosa fare e cercare di trovare soluzioni innovative.

Vedo che ci sono diversi giovani che si stanno affacciando all’impegno amministrativo in vari ruoli, come dimostra l’ultima tornata elettorale. Secondo me sta arrivando nel bellunese una nuova generazione di amministratori che provengono da esperienze all’estero e poi le mettono a disposizione del territorio: hanno uno sguardo diverso da chi li ha preceduti, più aperto al mondo.

Nonostante tutto sono fiducioso nel futuro del nostro territorio e sono consapevole delle sfide che ci attendono. Prima di tutto il lavoro che va bene nel settore della manifattura ma si fa fatica a creare posti di lavoro nei settori di turismo e cultura. Poi bisognerà ragionare sul tema della famiglia con il nodo dolente dello spopolamento. Tra le nostre risorse c’è indubbiamente il volontariato che a volte si sostituisce alle istituzioni. È un’azione fondamentale sia nei momenti di crisi, come l’uragano Vaia, ma anche nei servizi quotidiani, sempre con attivismo e con il sorriso. Basta pensare che solo a Santa Giustina abbiamo più di 50 associazioni.

 Chi te lo fa fare? «Posso dire ironicamente che amministratore di solito non si fa questa domanda. Al giorno d’oggi a livello locale c’è bisogno di una guida e di credere di più nelle istituzioni. Il cittadino vede il Comune come l’ente più vicino e quindi chiede e a volte critica. Per questo fare l’amministratore è un modo concreto per fare un servizio alla comunità, un modo importante per incidere e cambiare le cose».

 

Aprire le porte verso il prossimo più lontano

Federica De Carli è impiegata presso l’associazione Insieme Si Può a Belluno e si occupa de settore della formazione. Insieme Si Può è una realtà con cuore bellunese ma un attività di cooperazione che si estende in vari paesi del mondo con 7 collaboratori a Belluno ma migliaia di volontari, missionari e altri collaboratori in diversi paesi.

La mia vita è sempre stata segnata da esperienze di volontariato. Prima con esperienze locali come lo scoutismo o l’associazione Belluno Donna – di cui sono ancora parte attiva –  che erano un modo per aiutare il prossimo nelle nostre zone. Cercavo poi una spinta ulteriore ovvero aiutare anche chi è più distante da noi per esempio le popolazioni dei paesi più poveri. Così qualche anno fa ho aderito ad un bando lavorativo di Insieme Si Può che mi ha portato a concretizzare professionalmente questa aspirazione entrando a far parte del terzo settore e della cooperazione internazionale.

Per me un concetto importante è quello della responsabilità (che sarà anche il tema portante del convegno diocesano 2019, ndr). Per me la responsabilità è riuscire a farsi carico degli altri, vicini o lontani che siano, per prendersi cura del nostro pianeta rispettando l’ambiente e agendo sempre con la doverosa umanità. Tutto questo però deve essere fatto in unità, tutti insieme e per questo parlerei di corresponsabilità.

Chi te lo fa fare? «Me lo fa fare il fatto che con questo percorso ho trovato diverse porte nella mia vita e ogni volta ho trovato una chiave per aprile e per aprirmi verso il prossimo, prima nella mia dimensione locale e territoriale e poi verso orizzonti più ampi a livello globale. Il mio percorso di vita infatti è stato segnato dal tema dell’apertura».

 

Volontariato in Eva Alpago

«Ho iniziato a fare volontariato in Eva Alpago spinto dai miei figli che erano già volontari dell’associazione. C’era, allora come oggi, la necessità di incrementare il numero degli autisti dei mezzi e allora mi sono messo a disposizione. I miei figli poi hanno preso altre strade ma io ho fatto il corso di formazione e poi, con la pensione, mi sono dedicato anima e corpo a questa realtà. Svolgiamo un servizio di primaria importanza in convenzione con l’Ulss e siamo reperibili ogni fine settimana, dal venerdì al lunedì in assistenza del 118 per la zona dell’Alpago. Nel resto della settimana effettuiamo il trasporto solidale, per esempio trasportando gli anziani della casa di riposo o delle persone che hanno necessità di andare a fare una visita medica. Si tratta di un servizio fondamentale perché la nostra zona non è vicina all’ospedale, in particolare per le piccole frazioni. In questo tipo di servizio non è facile mettersi in gioco perché è richiesto più impegno rispetto ad altre realtà del volontariato, perché bisogna fare corsi per essere preparati».

Chi te lo fa fare? «Secondo me il valore aggiunto del volontariato è quando si fa qualcosa per gli altri. Nel tempo libero, in particolare quando si è in pensione, è più facile restare tutto il giorno al bar o andare al lago e divertirsi ma secondo me bisogna fare qualcosa in più. L’impegno c’è ma non mancano le soddisfazioni come il sorriso o il grazie degli utenti. La gente ci apprezza: basti pensare che lo scorso anno abbiamo preso circa 24mila euro dal 5 per mille. Davvero non male in una zona di 10mila abitanti, segno che la popolazione ci vuole dare una mano. Quando indossi la divisa dell’Eva Alpago questa ti dà tanto, ti appaga perché significa aiutare gli altri». Enrico De Col