Pastorale sociale

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

La nostra diocesi alla 48.ma
SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

Un evento che ci interpella

Si è svolta a Cagliari nei giorni nei giorni 26 – 29 ottobre 2017 la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani alla quale hanno partecipato anche tre rappresentanti della diocesi di Belluno-Feltre. L’obiettivo che si proponeva era di dare un contributo all’intera società italiana per uscire dalla crisi in cui versa.

A chi mi ha chiesto cos’è stata la settimana sociale? Ho detto che la Settimana Sociale è stato un luogo che ha prodotto novità. Ha dimostrato che la Chiesa è in cammino anche su un tema così importante come quello del lavoro.

Non c’è stato spazio per la sfiducia, per la paura. La Settimana Sociale non è stato il luogo per quanti si lasciano prendere da qualche dose di cinismo e dalla tentazione di rinunciare all’impegno.

La Settimana Sociale è stata una forma di “Chiesa in uscita”, di “Chiesa col grembiule”.

Sullo sfondo sempre la “persona che lavora” – specie i più deboli – più che “il lavoro”. Mai come in questa epoca sono infatti necessarie soluzioni maturate alla luce dei princìpi della centralità della persona, della sua dimensione relazionale a immagine e somiglianza di Dio, dell’opzione preferenziale per gli ultimi.

La domanda centrale rimane: cos’è il lavoro oggi? Il lavoro dice anche quanto amore c’è nel mondo: si lavora per vivere, per dar vita a una famiglia, per far crescere i figli, per vivere con dignità. Per noi non tutti i lavori sono lavori umani, né sono degni. Lo sono solo quando il lavoro è vocazione e rispetta la dignità della persona che non può essere usata come cosa o come merce. Il lavoro umano è un’esperienza che include la realizzazione di sé e la fatica, il contratto e il dono, l’impegno e la festa. Richiede passione e creatività, vitalità ed energia, perché nelle imprese, nelle botteghe, negli studi professionali, a parità di strumenti, la differenza la fanno le persone.

Negli ultimi anni il mondo del lavoro sta cambiando così in fretta da rivoluzionare stili di vita e modelli etici. Si tratta di mutamenti che sono portatori di grandi domande di fondo. Per esempio, cosa significa lavoro umano? Quali devono essere i (nuovi) diritti e doveri del lavoratore? E ancora: come sconfiggere la disoccupazione e quale formazione continua garantire ai lavoratori per prepararli al lavoro del futuro?

A Cagliari abbiamo parlato poco di numeri, di percentuali, di teorie economiche; abbiamo incontrato persone, vite concrete, speranze e delusioni, storie di dignità e di solidarietà. Sembra incredibile, ma ancora oggi si fa fatica a riconoscere che non c’è altra via per una crescita armonica: è il lavoro, con la sua creatività ed anche con la sua produttività, la vera fonte della ricchezza di una comunità. Le giornate si sono mosse su un continuo utilizzo di quattro registri: la denuncia, l’ascolto e la narrazione, le buone pratiche e le proposte.

Denuncia: è il Vangelo che spinge i cristiani a prendere le distanze da tutte le condizioni disumanizzanti rimboccandosi le maniche. In quest’ottica siamo chiamati a guardarci intorno nei nostri territori e a individuare le situazioni più critiche che hanno bisogno di essere sanate. Impariamo così a denunciare e a pentirci anche dei “peccati sociali” che sono spesso trascurati.

Ascolto e narrazione: si tratta di un’azione quanto mai importante soprattutto oggi, considerato che la condizione lavorativa si è andata radicalmente diversificando: orari, luoghi, contratti, mansioni, anche il lavoro oggi si è profondamente individualizzato. Nel cambiamento in corso, ci sono nuovi ambiti e nuove attività dove il lavoro rinasce e dove le persone hanno la possibilità di esprimersi e di partecipare alla costruzione del bene comune; dove la responsabilità è stimolata e messa al centro degli stessi processi economici; dove la creatività e la libertà sono riconosciute come la condizione della stessa produzione di valore.

Buone pratiche: nel lavoro preparatorio della Settimana Sociale gli Organizzatori si sono dati il compito di cercare, raccogliere e rappresentare le tante buone pratiche che già oggi creano nuove occasioni di lavoro, danno vita a nuove soluzioni organizzative, prevengono o risolvono positivamente le crisi aziendali, rendono meglio compatibili la scuola con il lavoro, la famiglia con l’ufficio. Le buone pratiche hanno un valore esemplare, vanno fatte circolare e rilanciate per rompere quella cappa d’impotenza che sembra talvolta avere la meglio sulla volontà di risollevarsi.

Proposte: per il nostro Paese, cogliere le opportunità di questa nuova fase storica è una meta impegnativa ma ineludibile. Una via stretta che comincia con il mettere in agenda 3 tematiche.

Si discute tanto di formazione e competenze. Ma su una cosa almeno possiamo essere d’accordo: occorre superare le false dicotomie che separano invece di tener insieme. La persona intera è fatta di più dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno stimolate e curate, avendo cura di attivare sia il sapere teorico che quello pratico. In una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico.

Secondariamente, rimettere al centro il lavoro significa creare un ambiente favorevole a chi lo crea e a chi lo esercita. Un obiettivo che in Italia appare ancora molto lontano.

Infine, solo il lavoro che riconosce la dignità del lavoratore e lo ingaggia nella produzione di un valore non solo economico rende sostenibile la competitività e permette di fronteggiare la sfida della digitalizzazione. Per questo oggi, per fare la quantità di lavoro occorre puntare sulla sua qualità: passare da un’economia della sussistenza – come fabbricazione e sfruttamento – ad un’economia dell’esistenza – produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare è la via per salvare e insieme Umanizzare il lavoro.”

Papa Francesco ci ha invitato, nel suo saluto iniziale a: “essere lievito per questa società”.

E allora:

  • Quali passi concreti e visibili può fare la nostra Chiesa Locale?
  • Come definire una strategia operativa?
  • Denuncia – ascolto – buone pratiche – proposte cosa significano per noi?
  • Cosa vuol dire per la nostra realtà: “partire dai bisogni del territorio”?
  • Con chi pensarla e realizzarla?
  • Quali azioni concrete avviare per ascoltare i giovani e non solo loro?
  • Come avviare percorsi utili a rivitalizzare le nostre comunità e farle diventare “comunità operative”?
  • Quali risorse – economiche, personali, immobiliari … – possiamo mettere in campo?
  • Come fare ad essere generativi nel nostro territorio? Ricordiamoci che la “generatività sociale” implica la capacità di “tenere insieme 4 movimenti”: Desiderare, Mettere al mondo, Prendersi cura, Lasciare andare.

Stefano Perale