Una celebrazione bella, solenne, partecipata, certamente degna della solennità del Santo patrono, mentre san Martino sembrava quasi sorridere dalla pala nell’abside nel vedere la cattedrale piena di gente. Numerosi i concelebranti attorno al Vescovo sul coro, stretti attorno all’altare durante la preghiera eucaristica.
Molti i fedeli presenti, come si è visto soprattutto durante la comunione, distribuita secondo le due specie. È stata una celebrazione molto curata da un punto di vista liturgico: bravi i cantori del coro diocesano, bravi i ministranti, bravo il cerimoniere.
Ma il momento che ha colpito di più è stata la processione offertoriale, perché dopo il pane e il vino per l’Eucaristia, una lunga fila di persone ha avvicinato il Vescovo. Erano i rappresentanti dei consigli pastorali parrocchiali di tutta la diocesi (oltre quaranta). Uno ad uno hanno consegnato al Vescovo una busta, contenente la sintesi delle assemblee parrocchiali, che si sono tenute nelle ultime settimane in ogni gruppo di parrocchie in collaborazione.
Un segno di unità diocesana che anche il Vescovo ha sottolineato nella sua omelia, prendendo spunto dall’esortazione di san Paolo ai Romani: «Ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri».
Negli ultimi anni la collaborazione tra parrocchie vicine ha guidato l’attività delle comunità locali, che hanno imparato a diventare «membra gli uni degli altri». Si è così vissuto quanto san Paolo invitava a fare e il Vescovo ha richiamato: «Pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo». Di qui l’impegno a «consolidare la fraternità e la collaborazione tra parrocchie per un’azione di riconciliazione, di dialogo, dunque di futuro in questo nostro territorio», che la comunità cristiana vuole «popolare di fiducia, di stima, di condivisione, di presa su tutto il bene possibile».
Questo tema però ha anche una valenza più ampia, che impegna anche la società civile, come il Vescovo ha ricordato nell’omelia: «Mi hanno colpito, nei giorni scorsi, le parole di un sindaco: ‘‘Il Bellunese al momento è frammentato per valli: l’Ampezzano, il Cadore, il Comelico, lo Zoldano, il Longaronese, l’Alpago, la Valbelluna, il Feltrino, l’Agordino. Quante volte vediamo queste valli dialogare, interloquire fattivamente? Chi ha assunto il ruolo di “grande casa” di tutti i Bellunesi?’’».
A motivare questo sguardo ampio è stato proprio san Martino, testimone sorprendente di una «vita spodestata a vantaggio degli altri». Martino era ancora un catecumeno ma già «si comportava per le sue opere di carità come un candidato al battesimo». E così «ritrovava la sua vita più realizzata e palpitante in chi gli veniva incontro, in quella figura di povero a cui aveva donato parte del suo mantello».
Dall’esempio del patrono, oltre che dalle pagine della Scrittura, la domanda posta dal Vescovo: «a che cosa stiamo destinando il nostro vivere? Quando la vita di ciascuno di noi è “vera vita”, anzi una “vita buona”?».
Nel chiudere l’omelia, il Vescovo ha ricordato le parole con cui il biografo Sulpicio Severo ha chiuso la Vita Martini: «Mai altro era sulle sue labbra se non il Cristo; mai altro nel suo cuore se non la pietà, se non la pace, se non la misericordia».
Un impegno per la Chiesa, per ogni comunità, per la nostra terra.
