1Gv 3,11-21; dal Sal 99 (100); Gv 1,45-51
In questi giorni natalizi, ancora una volta, abbiamo vissuto con particolare realismo il mistero della luce e delle tenebre: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,4-5). Mentre si accendevano le luci del giorno di Capodanno, una sequenza di oscure notizie ci faceva precipitare nel buio. Siamo stati oscurati dalla notizia di 40 giovani vite bruciate nel fuoco di Crans-Montana in Svizzera.
Nelle ore successive si andava spegnendo l’ultima fiamma di vita terrena di don Osvaldo: è avvenuto all’albeggiare del secondo mattino del nuovo anno. Quando le tenebre sembrano vincere e soffocare la luce, anche la vita sembra perduta. Ma in tutto questo ultimo tempo – da più di cento giorni – don Osvaldo ha atteso e predisposto il mistero del Natale e lo ha trasfuso in particolare a voi, cara comunità di Lozzo.
Vi ha consegnato – versando fino all’ultimo goccio di energia, fino all’ultimo respiro possibile – il mistero della luce che era radicato nel suo cuore: «In lui era la vita e a vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,4-5). Sì, come non mai in questo difficile tempo in cui la malattia lo ha costretto ad un continuo immobilismo, “le tenebre non hanno vinto”!
La luce non ha mai smesso di splendere nell’umanità solida e rocciosa di don Osvaldo, rispecchiando la grandiosità e la fragilità delle due possenti montagne sovrastanti la sua terra d’origine, l’Antelao e il Pelmo. In ogni suo affannato respiro sospirava di voi.
È un Vangelo luminoso quello vissuto e annunciato in questo tempo giubilare da don Osvaldo: non tanto in prelibate celebrazioni e in sostanziosa predicazione, quanto piuttosto in un versatile e accondiscendente “eccomi” che don Osvaldo ha trasudato come un abbandonarsi all’amore. Solo spiriti di ardente passione interiore e di spiccata libertà di spirito sanno vivere questa donazione di sé.
Cara comunità di Lozzo e – prima ancora – care comunità di Lorenzago, di Pelos, di Padola, di Dosoledo, di Colle siete state tanto amate, un amore a volte tumultuoso, che ha generato comunità di fede e di speranza, che ne ha accompagnato i risvolti esistenziali nelle singole persone e nelle famiglie, in particolare abbracciando in vicinanza spirituale i cuori spezzati dalla malattia e da altre sofferenze. Nel suo pellegrinare a Lourdes accompagnando malati, personale e pellegrini don Osvaldo ha potuto riflettere tanti raggi di luce che hanno alleviato e rincuorato. Nella sua robustezza don Osvaldo ha portato i tratti dell’affetto materno di Maria.
Nella Parola che la Liturgia oggi ci ha riservato, noi riconosciamo, in modo singolare e originale, il dono che Dio continuamente ricrea in noi, perché non ricadiamo nelle tenebre che, nella Prima Lettera di Giovanni, sono descritte come “chiusura del cuore”, come un “operare malvagio”, un “odiare”, addirittura un “uccidere”. Il dono di Dio da riconoscere nel mistero del Natale è il dono della luce che splende nelle tenebre e che le tenebre non hanno vinta.
Nella Prima Lettera di Giovanni appena ascoltata possiamo riconoscere la parola stessa di don Osvaldo, quella per cui ha risposto al «Seguimi» di Gesù (Gv 1,43), quella che egli ha sempre annunciato in comunione con questa nostra Chiesa e con il suo presbiterio: «Figlioli, questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (1Gv 3,11).
Cara comunità di Lozzo, penso bene che non vi allontanerete da questa sua parola che fin dall’inizio vi ha condiviso. È un messaggio che squarcia le tenebre di ogni genere, anche quelle della non-Pace e delle mille divisioni. È con questo messaggio che don Osvaldo ancora sarà con noi, in questa comunità, nel presbiterio, tra i suoi: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14). Questa parola può rigenerare ancora le nostre comunità: è promessa d’amore. In questi giorni le comunità vicine, comunità sorelle, vi hanno manifestato la loro vicinanza riconoscendo il prezioso aiuto che anche loro hanno ricevuto da don Osvaldo. Nella lettera di Giovanni è rilanciato questo cammino: «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18).
I fatti e la verità dell’amore, così come la sincerità di sentimenti, di pensieri e di parole, hanno avuto una concentrazione inaspettata nelle ultime settimane, quando ormai don Osvaldo stava per giungere alla maturità d’amore degli ottant’anni. È significativo quanto scrisse alla sua comunità qualche mese fa: «Solo l’amore ci rivela che nelle ombre che ci circondano qualcuno ci attende, e non resta allora che lasciarsi sollevare la testa e farsi asciugare le lacrime, non resta che allargare i pugni chiusi e abbandonarsi».
Carissimo don Osvaldo, alla tua fede amante Gesù corrisponde con la promessa manifestata a Natanaele: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
L’ultima sera, quella di Capodanno, appena mi accostai al suo letto, aprendo gli occhi, sussurrò: «Che onore!».
Caro don Osvaldo, siamo noi tutti a dirti col cuore: che onore averti conosciuto e incontrato!
