Davanti a voi cammina il Signore

Omelia nel Natale del Signore - Feltre (Concattedrale) - Belluno (Cattedrale)
25-12-2025

Isaia 52,7-10; Sal 97 (98); Ebrei 1,1-6; Giovanni 1,1-18

«Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (Is 52,9). Il profeta Isaia si rivolge a un popolo desolato. Le immagini delle rovine della città di Gerusalemme, come poteva apparire dopo la sua conquista e nel periodo dell’esilio del popolo, esprimono efficacemente tante situazioni di vita e tanta attualità. Le tenebre a cui si riferisce l’inizio del Vangelo di Giovanni indicano condizioni esistenziali ed esperienze che conosciamo.

Dall’interno di questa desolazione e delle tenebre che la rappresentano, è annunciato che Dio si fa strada, inaugura una condizione nuova, fa albeggiare la notte. Isaia, qualche versetto più avanti, avverte il popolo esiliato e dice: «Davanti a voi cammina il Signore» (Is 52,12). L’inizio del Vangelo di Giovanni, appena proclamato, ci ha raggiunto con questo messaggio: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5).

L’evangelista Luca, raccontando la nascita del primogenito che Maria diede alla luce a Betlemme, ci fa notare che in quel mentre c’erano «alcuni pastori che pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» e attesta che «la gloria del Signore […] li avvolse di luce» (Lc 2,8-9).

Ecco come Dio si propone a noi: albeggia come la luce, diradando tenebre e oscurità, apre vie nuove. Si rende attento alla nascita di un bambino, del primogenito di Maria. È attratto dalle cure di Giuseppe che, come avverte l’evangelista Matteo, «prese con sé Maria e il bambino» (cfr. Mt 1-2).  Coinvolge dei pastori che stavano con il loro gregge e li invita, attraverso l’angelo, a riconoscere il segno del «bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Suscita in loro stupore e gioia.

È un Dio inaspettato, perso tra i campi di Betlemme, dedito a una scena di vita nascente, ammirato della naturalezza con cui Maria e Giuseppe affrontano le situazioni di premura e cura del parto. Ci sono per loro delle emergenze a cui far fronte, come quella di non aver trovato posto nell’alloggio: anche lì Dio è dedito a suscitare attenzione e condivisione. Siamo fuori delle grandi scene con cui spesso pensiamo e immaginiamo Dio. Addirittura, fa notare l’evangelista Giovanni, «era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto».

Questo mistero del Natale ancora ci stupisce. Dio che «nessuno ha mai visto», come ha ricordato l’evangelista, ancora ci cerca, è affascinato di noi: «Si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Siamo stati raggiunti da questa gioia e da questa speranza: «Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato». Siamo ancora tanto bisognosi del Natale del Signore. Ci manca la vicenda di Betlemme, di quella giovane donna affidata alle cure premurose di Giuseppe, ci manca lo stupore di Maria nel suo partorire, tra le fatiche e le difficoltà che ha comportato. È ancora tanto necessario a noi ritrovare e riconoscere in quel bambino neonato il segno più evidente di un Dio che cammina avanti a noi per aprire vie nuove di umanità graziata e salvata.

Cogliamo l’invito che ci viene dalla lettera proclamata come seconda lettura: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato […] ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del figlio». Accogliamo e gustiamo il valore di quel “ha parlato”: dice l’affabilità di Dio, la sua premura, il suo chinarsi su noi, il suo perdersi in mezzo a noi. È l’abbraccio di un amore che non si è dimenticato di noi. L’amorevolezza di Maria, la cura di Giuseppe la gioia dei pastori per quel bambino neonato, sono ancora per tutti noi una promessa affidabile di un Dio che «si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi»: esposto come noi, invaghito della nostra stessa fragilità, consegnato a noi nella sua infinita grazia d’amore.