Sir 3,3-7.14-17a(NV), [gr. 3,2-6.12-14];
Sal 127 (128); Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
Per ben tre volte nella lettera ai Colossesi ricorre l’invito a ringraziare. Rivolto a loro Paolo dice: «E rendete grazie» a motivo della pace di Cristo che regna nei vostri cuori. Subito dopo li sollecita così: istruitevi a vicenda «con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori». Una terza volta ribadisce: «Qualunque cosa facciate, in parole e opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre».
La vita cristiana è un apprendistato a “rendere grazie”. Nel cuore della fede vi è la consegna e il mandato di Gesù: «Fate questo in memoria di me». Fra poco tracceremo questo itinerario di vita e ne faremo esperienza. Nella preghiera eucaristica rivivremo quanto Gesù ha detto e fatto: «Egli consegnandosi volontariamente alla passione prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli». Subito dopo, rivolti al Padre, noi diremo: «Allo stesso modo […] prese il calice, di nuovo ti rese grazie, lo diede ai suoi discepoli».
I momenti più belli, più intensi e più coinvolgenti del nostro vivere sono quelli in cui si diventa capaci di “rendere grazie”. Potremmo dire che ciò avvalora quello che diciamo e facciamo e che in quel momento diventiamo generatori di relazioni nuove, per cui si sanano quelle ferite, si attivano quelle deluse o sfiduciate, si diventa sul serio amici e amanti. Quando abbiamo il desiderio e il coraggio di ringraziare crollano i muri di separazione, i sospetti, i pregiudizi, le arroganze, le rabbie, il primeggiare, la voglia di farla franca e la tentazione di umiliare. Il volto di chi ringraziamo acquista luminosità, ci appare più pulito, più affabile, più affidabile.
Rendere grazie fa diventare vivibile e interessante la vita che ci è stata affidata e donata. Noi da “pellegrini di speranza” – come ci aveva immaginati papa Francesco – in questo anno giubilare abbiamo appreso la vocazione, l’arte e la missione a rendere grazie. La “conversione del cuore” avviene quando scoperta e sperimentata la gratuità di Dio noi diventiamo capaci di gratitudine. Gesù ci ha affidato, singolarmente ma anche insieme come Chiesa, questa parola che ci fa vivere: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). È il programma di ogni pellegrinaggio, ma è soprattutto la “mappa di viaggio” nella vita; è un progetto e una missione di pace ed è per noi il cammino di fede su cui inoltrarci oltre questo Giubileo di gratuità.
C’è una richiesta molto bella nella preghiera di colletta, fatta all’inizio. L’abbiamo rivolta al Padre, che abbiamo definito “nostro creatore”, per metterci sui passi di Gesù: «Ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita». Venerare il dono e il mistero della vita è ciò che rende affascinante il nostro vivere, liberandolo da paure, da soggezioni, da vergogna, da sconfitte. Lo fa diventare ogni giorno, passo dopo passo, quel «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Il Giubileo che abbiamo vissuto in questo Anno santo 2025 ci ha portati a rendere grazie ogni giorno, sempre e ovunque, semplicemente per il vivere, per il fatto che abbiamo la vita.
Oggi la festa particolare in cui compiamo il segno di conclusione dell’Anno Santo è la vicenda umanissima di Giuseppe, di Maria, di quel bambino indifeso, delicato e fragile, custodito, sostenuto e salvato dalle cure di sua madre e dall’affetto di Giuseppe: quel bambino è il Figlio di Dio immerso nelle trame delle nostre vite. La vita vera come ci è donata da Dio è umanissima e semplice come quella del bambino Gesù. Si svolge tra gli affetti dei genitori, in mezzo a tutti gli inconvenienti che avvengono, si avvale di tante amicizie, si sviluppa condividendo insieme tante esperienze, sa anche svincolarsi dalle vie negative del male e dell’orgoglio. La nostra vita – la vita di tutti e tutte – va venerata per il dono che rappresenta e il mistero che porta con sé.
Qui con noi ci sono alcuni adolescenti e alcuni giovani – sono qui a rappresentare gli altri amici e compagni con cui si è condiviso il pellegrinaggio a Roma. Con gli adolescenti abbiamo vissuto anche l’affettuoso e riconoscente saluto a papa Francesco. Con i giovani abbiamo conosciuto, a Tor Vergata, papa Leone in mezzo a una fiumana di giovani venuti da tutto il mondo. Mi sembra che con loro, in modo inedito e promettente, abbiamo imparato a venerare il dono e il mistero della vita, radicati nella consegna di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Così il Giubileo, chiuso nel simbolo delle porte sante attraversate a Roma, rimane aperto nel nostro vivere di ogni giorno.
